{"id":2257,"date":"2011-05-17T00:01:17","date_gmt":"2011-05-16T22:01:17","guid":{"rendered":"http:\/\/www.siderlandia.it\/?p=2257"},"modified":"2012-10-12T16:27:47","modified_gmt":"2012-10-12T14:27:47","slug":"%e2%80%9cil-pil-ti-salva-la-vita%e2%80%9d","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/?p=2257","title":{"rendered":"\u201cIl PIL ti salva la vita\u201d"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-2256\" src=\"http:\/\/www.siderlandia.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/Pil-Ita-300x212.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"212\" srcset=\"http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/Pil-Ita-300x212.jpg 300w, http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/Pil-Ita.jpg 324w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">di <strong><em>Roberto Polidori<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mi piace citare Stefano Perri, professore ordinario di Politica Economica all\u2019Universit\u00e0 degli Studi di Macerata :\u00abScriveva Keynes, nelle Conseguenze economiche della pace, che il processo di formazione del capitalismo industriale si \u00e8 fondato su un \u201cdoppio inganno\u201d. Da una parte i lavoratori si appropriavano di una piccola parte della torta che avevano contribuito a produrre, mentre i capitalisti ne ricevevano \u201cla miglior parte\u201d, con la tacita condizione di non consumarla ma di destinarla prevalentemente all\u2019accumulazione di capitale\u00bb. L\u2019accumulazione di capitale avrebbe dovuto garantire gli investimenti produttivi capaci di impegnare altro lavoro; la maggiore produttivit\u00e0 del lavoro avrebbe remunerato maggiormente il lavoro. C\u2019\u00e8 tanta gente che racconta panzane \u2013 ce le racconta da pi\u00f9 di qualche decennio \u2013 e che si nasconde dietro la presunta \u201cscientificit\u00e0\u201d delle teorie economiche utilizzate.\u00a0Ritengo che nascondersi dietro la dichiarata affidabilit\u00e0 matematica dei tecnocrati dell\u2019economia \u00e8 molto comodo perch\u00e9 vuol dire dirottare chi vorrebbe interessarsi della materia sulla lettura di articoli e testi non economici, con la scusa che \u201ci meccanismi che stanno sotto\u201d le decisioni di politica economica sono di difficilissima comprensione e quindi roba da tecnici. Una concezione alquanto elitaria di chi ha qualcosa da nascondere e, mi si consenta, di una vigliaccheria unica.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ad Annozero del 05 Maggio scorso ho sentito Formigoni apostrofare un precario della scuola che ironizzava sul concetto di ricchezza &#8211; \u00abMa cos\u2019\u00e8 questo PIL? Io non l\u2019ho mai visto e non riesco a mangiarlo\u00bb &#8211; con un\u2019affermazione perentoria : \u00abMale, dovresti conoscerlo perch\u00e9 il PIL ti salva la vita\u00bb; lui, il politico arrivato, si \u00e8 comportato con la sicumera di chi ha accesso alla Verit\u00e0 Rilevata da disvelare con la magnanimit\u00e0 dell\u2019uomo superiore al povero ingenuo di passaggio nello studio televisivo. Per fortuna non tutta la nostra classe politica \u00e8 da rottamare, anche perch\u00e9 bisognerebbe poi valutare la consistenza morale e il valore tecnico di eventuali rottamatori.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>Il PIL  e lo scopo della politica economica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il PIL \u00e8 il valore dei bene e dei servizi prodotti da un sistema economico in un determinato arco di tempo, ovvero la somma dei redditi prodotti nello stesso arco di tempo; \u00e8 un indicatore che ha un unico grande pregio: la possibilit\u00e0 di prestarsi a confronti, in quanto costruito su principi di contabilit\u00e0 accettati universalmente. Fotografa con un numero secco la \u201cricchezza globale\u201d prodotta da un paese. Attraverso questa grandezza possono essere effettuati confronti numerici su quanto un\u2019economia nel suo \u201ccomplesso\u201d stia andando bene in assoluto e in confronto alle economie di altri paesi.<br \/>\nSu questa definizione e sulle modalit\u00e0 di calcolo gli economisti concordano. Gli economisti sono in disaccordo un po\u2019 su tutto tranne che su un paio di fenomeni economici empiricamente dimostrati ed obiettivamente non in discussione: 1) il tasso di disoccupazione si riduce quando il PIL aumenta molto (legge di Okun); 2) il tasso di inflazione \u2013 incremento continuo e sostenuto dei prezzi \u2013 aumenta al ridursi del tasso di disoccupazione (curva di Phillips); da ci\u00f2 discende che un aumento sostenuto del PIL determina un aumento del tasso di inflazione (si dice che l\u2019economia \u201csi surriscalda\u201d), se non accompagnato da un conseguente aumento della popolazione residente o della quantit\u00e0 di lavoro. Peccato che anche la legge di Okun abbia smesso di funzionare da quando una quota sempre maggiore del reddito prodotto dal lavoro \u00e8 finita nelle mani del capitalista. E\u2019 proprio Blanchard, capo-economista del Fondo Monetario Internazionale, che confessa questo piccolo enorme problema nel suo celeberrimo manuale di macroeconomia. Quando si dice \u201cla scienza triste\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le scuole di pensiero \u201cinterventiste\u201d di politica economica sono sostanzialmente due: 1) la prima mira a ridurre le disuguaglianze nella distribuzione del reddito attraverso l\u2019imposizione fiscale delle classi pi\u00f9 abbienti (politica redistributiva) e attraverso maggiori servizi sociali per chi non pu\u00f2 permetterseli; ci\u00f2 implica, secondo la teoria neoclassica dominante, effetti recessivi nelle economia dei paesi, poich\u00e9 un aumento dei salari reali induce un aumento dell\u2019inflazione se non accompagnato da un aumento della produzione reale. Potremmo dire che \u201cpi\u00f9 giustizia si paga con meno crescita o decrescita alla lunga non sostenibile e comunque con un alto livello di imposizione fiscale\u201d; 2) la seconda tende a creare un\u2019ambiente idoneo a far s\u00ec che le attivit\u00e0 produttive nascano e si sviluppino accettando livelli di disuguaglianza pi\u00f9 o meno grandi. Potremmo semplificare dicendo :\u201dpi\u00f9 deregolamentazione e pi\u00f9 libert\u00e0 per le imprese significano pi\u00f9 reddito ma le paghi con pi\u00f9 disuguaglianza distributiva\u201c. Alla prima scuola di pensiero appartiene chi ritiene piaghe sociali il basso reddito delle classi meno abbienti e la disoccupazione (democratici-progressisti). Alla seconda scuola di pensiero appartiene chi persegue la crescita  a tutti i costi e chi considera l\u2019inflazione una grossa piaga sociale (liberisti).<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>Magiche previsioni dei Chicago boys<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La teoria neoclassica nasce nel secondo dopoguerra quando, dopo la stagione keynesiana necessaria a rappezzare gli sfracelli liberisti che causarono la crisi del \u201929, si cerc\u00f2 di restaurare  le esigenze liberiste dell\u2019intellighentia politica cercando una sintesi impossibile tra keynesismo della spesa pubblica e libero mercato; la storia avrebbe dovuto insegnare qualcosa. Ma il compromesso storico suggellato tra politica e imprenditoria aveva bisogno delle vecchie basi teoriche per essere ripristinato: \u201dio imprenditore aiuto te politico \u2013 e talvota imprenditore tu stesso \u2013 ad essere eletto e a mantenere la carica, tu predisponi l\u2019apparato logico istituzionale per consentire il mio libero arricchimento\u201d.<br \/>\nPerci\u00f2 l\u2019obiettivo istituzionale che la Fed americana \u2013 la Banca centrale americana &#8211; si \u00e8 posta a partire dagli anni novanta \u00e8 stato: 1) mantenere un\u2019economia di piena occupazione; 2) combattere l\u2019inflazione tenendo bassi i tassi di interesse.  Anche Obama ultimamente ha varato il suo piano economico statunitense tutto teso a \u201ctagliare le spese improduttive e a stimolare la crescita con iniziative mirate\u201d. Qualcuno mi spieghi: se il tasso di disoccupazione si riduce quando il Pil aumenta e se l\u2019inflazione aumenta quando il PIL aumenta, com\u2019\u00e8 possibile ridurre la disoccupazione e tenere sotto controllo l\u2019inflazione?  Non si pu\u00f2 a meno di non mantenere \u201cistituzionalmente\u201d bassi i salari reali (si parla in questo caso di riduzione del salario reale rispetto agli incrementi di produzione o \u201cdeflazione salariale\u201d); la soluzione ottimale sarebbe quella di consegnare gli aumenti di produttivit\u00e0 conseguiti dal lavoro agli operai, ma ci\u00f2 avrebbe significato meno profitti per chi ha il capitale. Per trent\u2019anni questa sorta di miracolo \u00e8 sembrato possibile grazie ad un trucco contabile che moltissimi economisti (tra cui Keynes, Minsky, Sylos Labini e Kindleberger) avevano previsto in anticipo di lustri:  la clamorosa crescita del PIL statunitense \u00e8 avvenuta \u201c a debito\u201d per sostenere la domanda di beni, ed ad indebitarsi sono state le classi meno abbienti con un colossale trasferimento di ricchezza da una moltitudine (ora sull\u2019orlo del fallimento) a poche persone che tendono a concentrare nelle proprie mani gran parte della ricchezza planetaria. Anche questa \u00e8 \u201cdeflazione salariale\u201d, coperta  per\u00f2 artificialmente dall\u2019enorme indebitamento privato sotto il tappeto di un\u2019economia apparentemente sana. Alla fine la bolla \u00e8 scoppiata.<br \/>\nSecondo i Chicago Boys, quindi, la deregolamentazione dei mercati \u00e8 una cosa buona perch\u00e9 ci guadagnano tutti; poco importa se la parte maggiore dell\u2019incremento di ricchezza finisca nelle tasche di chi impegna capitale finanziario o industriale (la minoranza delle persone): l\u2019importante \u00e8 che una parte anche minima di quell\u2019incremento di ricchezza reale vada a finire anche nelle tasche degli operai. Lo scioglimento di lacci e lacciuoli e la liberalizzazione dei mercati garantisce una riduzione della disoccupazione (anzi per i neoclassici la disoccupazione non esiste, \u00e8 solo \u201cstrutturale\u201d, cio\u00e8 determinata da chi abbandona volontariamente il posto di lavoro per cercarne uno migliore). Meglio lasciar perdere i postulati sui quali le convinzioni del \u201cpensiero unico\u201d si basano; riassumendo: maggior libert\u00e0 d\u2019impresa, garantita dal mercati aperti con cambi liberi e privatizzazioni massicce, genererebbe maggiore disuguaglianza nella distribuzione dei redditi ma, di contro, maggior ricchezza per tutti, maggior occupazione, un\u2019imposizione fiscale diffusa e bassa, minore spesa pubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>La dura realt\u00e0 misurata dai numeri<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una premessa \u00e8 indispensabile: l\u2019attuale organizzazione del lavoro e la libera circolazione di capitali degli ultimi venti anni ha determinato un disequilibrio commerciale a livello planetario che si riflette ormai perennemente nelle bilance commerciali dei singoli paesi, caratterizzandoli come paesi fortemente importatori (italia, Spagna, Grecia, Irlanda, Portogallo, USA) e paesi fortemente esportatori (Germania e Cina) in cui si concentrano la maggior parte dei capitali finanziari. Non \u00e8 questa la sede per spiegare perch\u00e9 questo forte squilibrio \u00e8 un male capace di minare alla base la pace sociale non solo dell\u2019Europa, ma anche dell\u2019intero globo; e non \u00e8 questa la sede per spiegare perch\u00e9, se l\u2019Italia volesse imitare la Germania aumentando la produttivit\u00e0 a spese dei salari \u2013 cosa che sta cercando di fare \u2013 il ceto medio \u00e8 destinato ad impoverirsi con una velocit\u00e0 impressionante ed imprevedibile \u2013 l\u2019impoverimento del ceto medio si sta gi\u00e0 verificando in tutte le economie mature da almeno 15 anni. Conviene partire da un dato di fatto: la Germania \u00e8 il motore dell\u2019Europa e il secondo paese esportatore al mondo dopo la Cina. E\u2019 il paradigma di sistema economico di successo dell\u2019Europa occidentale matura; e\u2019 il nostro modello europeo di riferimento se vogliamo capire come, in venti anni di liberismo, un paese avrebbe dovuto svilupparsi permettendo piena occupazione ed incremento dei salari. Se si dimostra che non tutti gli obiettivi degli amici di Chicago sono stati raggiunti, allora si dimostra che qualche meccanismo delle \u201cteorie\u201d non ha funzionato e che, forse, un altro modello si sviluppo economico potrebbe essere non solo possibile ma plausibile e necessario. Soprattutto se questi \u201cpiccoli\u201d malfunzionamenti hanno avuto implicazioni negative per un gran numero di persone, tipo una crisi economica grave e duratura quanto quella del \u201829<br \/>\nIl Pil tedesco \u201cai prezzi correnti\u201d \u2013 calcolato cio\u00e8 dopo averlo depurato dall\u2019aumento dei prezzi di ciascun anno &#8211; \u00e8 passato da 1.646 mld di euro nel 1992 a 2.498 MLD di euro del 2010, facendo registrare un incremento del 51% (dati Fondo Monetario Internazionale) ; si tratta di un incremento in termini reali. Il tasso di disoccupazione tedesco \u00e8 aumentato \u2013 poco invero &#8211;  dal 1992 al 2010 passando dal 6,34% al 6,85% (dati del fondo Monetario Internazionale); il tasso di occupazione \u00e8 rimasto quasi identico, mentre i compensi da lavoro su PIL prodotto in Germania sono scesi dal 68% del 1976 al 53 % del 2006 (dati OCSE \u2013 Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico).  Ci\u00f2 significa che nel paese simbolo dello sviluppo trainato dalle imprese, nel paese comunque dotato di un livello infrastrutturale e istituzionale migliore, nel paese in cui le autorit\u00e0 di politica economica intervengono meglio che in altri paesi per correggere eventuali \u201cdistorsioni\u201d all\u2019applicazione del libero mercato, nel paese che ha comunque mantenuto un alto livello di servizi sociali, in questo paese trent\u2019anni di liberismo hanno determinato il preconizzato aumento del PIL, che non \u00e8 stato accompagnato da un grande aumento dei prezzi (inflazione moderata), ma che non ha determinato certamente una riduzione del tasso di disoccupazione pura \u2013 come vorrebbe la teoria neoclassica &#8211; avendo causato una potente redistribuzione dei redditi dai redditi da lavoro dipendente a redditi da capitale. Un economista direbbe che \u201cl\u2019aumento di produttivit\u00e0\u201d tanto decantato da chi in Italia vorrebbe imitare la Germania \u2013 e per farlo dovrebbe stravolgere il nostro sistema clientelare che ha messo profonde radici nelle istituzioni\u2013 ha permesso l\u2018esportazione di prodotti di qualit\u00e0 in tutti i paesi dell\u2019Unione Europea, ha permesso un poderoso incremento del Pil, ma lo ha fatto a spese del reddito da lavoro (salario e lavoro autonomo) (dati OCSE desunti dal recentissimo rapporto Growing unequal). E se tutto questo \u00e8 vero per la Germania, fiore all\u2019occhiello del modello economico mainstream in voga, figurarsi per l\u2019Italia: secondo i dati OCSE l\u2019Italia \u00e8 il quarto paese sui 24 appartenenti all\u2019OCSE per sperequazione nella distribuzione dei redditi (prima di noi nell\u2019ordine solo Messico, Usa e Turchia). In conclusione, i dati OCSE e i dati AMECO (la Relazione annuale di macroeconomia della Commissione Eruopea) dimostrano che persino in Germania i salari reali \u2013 cio\u00e8 depurati del costo della vita \u2013 sono sono stati decrescenti rispetto agli incrementi di produzione a partire dagli anni settanta.<br \/>\nQuanto alla diffusa tassazione dei redditi con un\u2019aliquota bassa\u2026.il caso Italia \u00e8 sotto gli occhi di tutti: tassazione alta e certa per la maggioranza meno abbiente ed ampia possibilit\u00e0 di evasione ed elusione per gli imprenditori. Ma le tasse sono aumentate anche in Germania, almeno per i lavoratori dipendenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>Conclusioni<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ora, le teorie Keynesiane possono andare pi\u00f9 o meno di moda con il passare degli anni, ma la famosa identit\u00e0 dell\u2019economista inglese \u00e8 ormai universalmente accettata e ci dice che il reddito \u00e8 la somma di consumi, spesa pubblica ed investimenti netti (investimenti meno risparmio). In un mondo in cui i consumi  crollano a causa della riduzione della quota salari sul reddito, in un mondo in cui i profitti degli imprenditori ed il capitale finanziario vengono reinvestiti solo in parte (una gran parte diventa risparmio accumulato in grandi ricchezze), in un mondo in cui la spesa pubblica, dopo aver salvato le banche private, non pu\u00f2 pi\u00f9 sostenere il reddito, ci si chiede come sar\u00e0 possibile combattere la bolla esplosa dell\u2019enorme debito. Il debito pu\u00f2 essere combatutto solo aumentando le imposte e spendendo meno o producendo dippi\u00f9. Le imposte sono state gi\u00e0 aumentate dappertutto in Europa (\u00e8 di qualche giorno fa la notizia che la pressione fiscale sui salari \u00e8 passata in Italia al 46,9% del reddito) I signori dell\u2019OCSE, della BCE, del FMI \u2013 si badi bene, gli stessi signori che ci forniscono tutti questi dati \u2013 ci dicono che, nel nome del liberismo puro, hanno deciso la via dell\u2019austerit\u00e0. Grecia, Portogallo e Irlanda, stati sovranoi espropriati della propria sovrenit\u00e0, ringraziano. Spagna ed Italia ringrazieranno a breve.<br \/>\nPersino la Germania dimostra che un PIL alto \u201cnon salva la vita\u201d se il lavoro non viene remunerato per tutto ci\u00f2 che ha prodotto. Il lavoratore dipendente italiano \u00e8 diventato sempre pi\u00f9 schiavo negli ultimi 15 anni e chi vuole risolvere la crisi propone una nuova dose \u201cdefinitiva\u201d di liberismo e privatizzazioni. E se provassimo ad uscirne \u201cdal lato del lavoro\u201d con un salario standard?  <\/p>\n<div id=\"wp_fb_like_button\" style=\"margin: 0; float: none\"><iframe src=\"http:\/\/www.facebook.com\/plugins\/like.php?href=http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/?p=2257&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;width=450&amp;height=30\" scrolling=\"no\" frameborder=\"0\" allowTransparency=\"true\" style=\"border:none; overflow:hidden; width: 450px; height: 30px;\"><\/iframe><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Roberto Polidori Mi piace citare Stefano Perri, professore ordinario di Politica Economica all\u2019Universit\u00e0 degli Studi di Macerata :\u00abScriveva Keynes, nelle Conseguenze economiche della pace, che il processo di formazione del capitalismo industriale si \u00e8 fondato su un \u201cdoppio inganno\u201d. 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