{"id":2695,"date":"2011-11-07T00:05:33","date_gmt":"2011-11-06T22:05:33","guid":{"rendered":"http:\/\/www.siderlandia.it\/?p=2695"},"modified":"2012-10-12T15:33:09","modified_gmt":"2012-10-12T13:33:09","slug":"2695","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/?p=2695","title":{"rendered":"Investimenti pubblici, rilancio dei salari, riequilibrio dell&#8217;Europa. Le proposte di Emiliano Brancaccio per uscire dalla crisi"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-2725\" src=\"http:\/\/www.siderlandia.it\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/emilianobrancaccio.jpg\" alt=\"\" width=\"242\" height=\"288\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">di <strong><em>Roberto Polidori<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Emiliano Brancaccio \u00e8 docente di Fondamenti di Economia Politica ed Economia del Lavoro presso l\u2019Universit\u00e0 del Sannio a Benevento; \u00e8 uno tra i pi\u00f9 autorevoli analisti e critici delle teorie economiche dominanti. La ferrea rigorosit\u00e0 scientifica del ragionamento, l\u2019impressionante conoscenza storica degli avvenimenti economici e la chiarezza nell\u2019esposizione di argomenti complessi lo rendono ospite particolarmente gradito sulle colonne di importanti testate giornalistiche italiane e in numerose trasmissioni televisive<sup><a name=\"sdfootnote1anc\"><\/a><\/sup>. Il prof. Brancaccio, promotore con altri colleghi dell\u2019<em>Appello degli economisti<\/em> del 2006 e della <em>Lettera degli economisti<\/em> dello scorso anno per un indirizzo alternativo di politica economica, \u00e8 una delle \u201ccassandre\u201d che aveva previsto la crisi della zona euro, argomento tristemente attuale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Prof. Brancaccio, vuole spiegare in parole semplici al lettore qual \u00e8 il compito di un economista, cosa significhi \u201capplicare il metodo scientifico\u201d per prendere decisioni di politica economica e perch\u00e9, per dirla con i Prof. Roncaglia, molto spesso gli \u201ceconomisti sbagliano\u201d? <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Talvolta si usa dire che l\u2019economia politica \u00e8 quella scienza che tenta di rispondere alle seguenti domande: cosa produrre; quanto produrre; come produrre; come distribuire i prodotti realizzati all\u2019interno di un dato sistema sociale. Il problema \u00e8 che le risposte cambiano a seconda del contesto storico, e possono essere pi\u00f9 o meno agevoli. Per esempio, per quanto riguarda il modo di produzione capitalistico, comprendere le sue \u201cleggi di movimento\u201d per rispondere a quelle domande \u00e8 cosa molto difficile. Il motivo \u00e8 che, a differenza dei sistemi precedenti, il capitalismo si caratterizza per un meccanismo impersonale, decentrato, che cio\u00e8 regola i comportamenti di una miriade di soggetti non coordinati tra di loro.<!--more--> E\u2019 proprio questa intrinseca complessit\u00e0 del capitalismo che ha dato luogo alla nascita della scienza economica, che prima non esisteva. Naturalmente, mi si potrebbe obiettare che una \u201cscienza\u201d pu\u00f2 dirsi tale se, oltre a saper descrivere i fenomeni, sa anche prevederli. Accetto volentieri la provocazione. E dico, a questo riguardo, che la scienza economica, oltre ad essere pi\u00f9 \u201cgiovane\u201d, \u00e8 anche pi\u00f9 difficile delle scienze cosiddette \u201cdure\u201d, come ad esempio la fisica e la chimica. Il motivo \u00e8 che la previsione delle conseguenze degli atti umani \u00e8 un\u2019ambizione gigantesca, persino superiore a quella di Galileo, che puntava pi\u00f9 modestamente a prevedere il movimento degli astri. Tuttavia, pur nelle difficolt\u00e0 di una scienza \u201cgiovane\u201d, \u00e8 gi\u00e0 possibile attribuire all\u2019economia una capacit\u00e0 non solo descrittiva ma anche previsionale. Sotto questo aspetto \u00e8 necessario chiarire l\u2019affermazione di Alessandro Roncaglia, il quale si riferiva non agli economisti in generale, ma ad una particolare categoria di economisti: vale a dire gli esponenti del cosiddetto <em>mainstream<\/em>, cio\u00e8 della teoria economica attualmente dominante. Questi, secondo Roncaglia, ma anche secondo me, si sono fatti portatori di una visione del funzionamento del sistema capitalistico discutibile nelle sue premesse, che conduce a valutare il meccanismo capitalistico in termini pi\u00f9 ottimistici di quanto non sia. E\u2019 per questo che gli economisti del  <em>mainstream<\/em> sono rimasti spiazzati \u2013 secondo le loro stesse ammissioni \u2013 dalla crisi economica esplosa tra il 2007 e il 2008.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Lei ha intitolato il suo ultimo libro \u201cLa crisi del Pensiero Unico\u201d<\/strong><sup><strong><a name=\"sdfootnote2anc\"><\/a><\/strong><\/sup><strong>. A cosa si riferisce<\/strong>?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da una estremizzazione della teoria economica <em>mainstream<\/em> \u00e8 scaturita, nell\u2019ultimo trentennio, una visione della politica economica che venne definita da Le Monde Diplomatique \u201c<em>pensiero unico<\/em>\u201d. Il riferimento, naturalmente, \u00e8 a quello che nel gergo comune viene definito \u201cliberismo\u201d, ossia la dottrina che pretende di affidare le sorti del sistema al presunto \u201clibero\u201d operare delle forze impersonali del mercato (che in realt\u00e0 non sono mai del tutto libere n\u00e9 del tutto impersonali). E\u2019 evidente che l\u2019attuale crisi economica non ha soltanto sollevato dubbi sulle premesse della teoria economica mainstream, ma ha soprattutto messo in discussione le implicazioni liberiste che solitamente se ne traevano e che dominavano la scena politica mondiale. Oggi il pensiero unico \u00e8 indubbiamente in crisi ma non si pu\u00f2 dire che sia morto e sepolto. Anzi: tenta continuamente di riaffermare il suo primato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Se il pensiero unico \u00e8 in crisi, perch\u00e9 le istituzioni politiche e gli economisti che ne \u201cconsigliano\u201d le azioni di politica economica perseverano? Che idea si \u00e8 fatto?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Io ritengo che l\u2019economia politica e la sua critica abbiano precise basi scientifiche. Ma bisogna anche aggiungere che l\u2019economia affronta temi che incidono talmente tanto sul vissuto quotidiano degli individui, sulle loro condizioni materiali, che diventa inevitabile che la \u201cscienza\u201d sia almeno in parte condizionata dall\u2019elemento ideologico. E che, di conseguenza, le idee della scienza economica siano non semplicemente il frutto di una serie di verifiche metodologiche, teoriche ed empiriche, ma siano anche la risultante di rapporti di forza tra gruppi sociali antagonisti. Evidentemente il <em>pensiero unico<\/em> resiste perch\u00e9 i gruppi sociali che prediligono quell\u2019indirizzo di politica economica sono tuttora egemoni. Questo \u00e8 un dato di fatto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Lei ritiene \u201cscientificamente provate\u201d ad ancora attuali le considerazioni di Marx sul conflitto tra capitale e lavoro? E quelle di Minsky sull\u2019instabilit\u00e0 implicita del capitalismo? <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mi sembra che entrambe le considerazioni trovino evidenti riscontri nella realt\u00e0. Per quanto riguarda le analisi minskyane sull\u2019instabilit\u00e0 strutturale del capitalismo, le evidenze erano palesi anche prima dell\u2019ultima crisi economica mondiale. Successivamente alla crisi iniziata tre anni fa, il dato della instabilit\u00e0 del capitale \u00e8 nuovamente emerso, in tutta la sua limpidezza. Minsky si occupava in particolare dell\u2019instabilit\u00e0 del capitale nelle sue interazioni tra dimensione finanziaria e produttiva. Lo faceva anche in un modo meno ingenuo di quanto non si faccia oggi: a differenza di alcuni osservatori contemporanei, egli per esempio non commetteva l\u2019errore di distinguere tra finanza e produzione reale, come se l\u2019una fosse la mela marcia da togliere e l\u2019altra la mela buona da salvare. Minsky affermava che in realt\u00e0 l\u2019instabilit\u00e0 del capitale deriva proprio dall\u2019intreccio tra dimensione finanziaria e dimensione reale della produzione. Riguardo poi al conflitto tra capitale e lavoro, certo che esiste! Non vi \u00e8 indicazione di politica economica che non contenga in termini pi\u00f9 o meno impliciti un conflitto tra gruppi sociali contrapposti. Gli esempi recenti, dal tentativo di aumentare la libert\u00e0 di licenziamento agli attacchi al sistema pensionistico, sono evidenti. Va anche precisato che il conflitto tra capitale e lavoro non \u00e8 l\u2019unico che si pu\u00f2 analizzare in ottica marxista: esiste anche il conflitto tra capitali, che \u00e8 una componente fondamentale dell\u2019analisi marxista e che \u00e8 attualissimo. Basti ricordare che la crisi della zona euro rappresenta sotto molti aspetti il riflesso di un conflitto tra capitali appartenenti a diverse nazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>A proposito di crisi europea: a giudicare da quello che sta accadendo in queste settimane secondo Lei l\u2019Unione Europea \u00e8 in pericolo? <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La zona Euro \u00e8 certamente in pericolo. I famigerati <em>spreads<\/em>, ossia i differenziali tra i tassi d\u2019interesse dell\u2019Italia e degli altri paesi periferici da un lato, e i tassi tedeschi dall\u2019altro, stanno aumentando anche in virt\u00f9 del fatto che gli operatori sui mercati finanziari intendono coprirsi contro quello che si definisce \u201crischio di cambio\u201d. Cio\u00e8 gli operatori chiedono tassi pi\u00f9 alti sui prestiti di questi paesi non solo perch\u00e9 prevedono che questi paesi potrebbero risultare insolventi, ma anche e sopratutto perch\u00e9 temono che alcuni di essi si vedano costretti ad abbandonare l\u2019Euro per svalutare le rispettive monete ed aumentare la competitivit\u00e0, cercando in questo modo di rilanciare domanda e produzione. Questa opzione comporterebbe anche un deprezzamento del valore dei titoli dei paesi che svalutano. Ecco perch\u00e9 gli operatori sono disposti a tenere quei titoli solo a tassi d\u2019interesse pi\u00f9 alti. Che dunque ci sia un rischio di deflagrazione della zona Euro ce lo dicono gi\u00e0 ora i mercati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>E\u2019 giusto che Merkel e Sarkozy chiedano ai paesi del Mediterraneo il rispetto dei vincoli di deficit e debito su PIL?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Merkel e Sarkozy non sono gli unici a pretendere una riduzione di deficit e debito pubblico dai paesi periferici. E\u2019 l\u2019intero impianto di politica economica europea, dalla Banca Centrale in gi\u00f9, che chiede ci\u00f2. Il problema \u00e8 che questo impianto \u00e8 auto-contraddittorio: questa richiesta costringe i paesi debitori a ridurre le spese ed aumentare le tasse nel tentativo di ottemperare alle richieste, ma ci\u00f2 non fa altro che accentuare il rischio di una recessione perch\u00e9 queste politiche riducono la domanda di merci, riducono la produzione, l\u2019occupazione ed i redditi e quindi rendono pi\u00f9 difficile il rimborso dei debiti. Il risultato finale \u00e8 che le cosiddette politiche di \u201causterit\u00e0\u201d non ripristinano affatto la fiducia dei mercati, ma possono addirittura indurre ulteriori vendite di titoli. E\u2019 il proverbiale gatto che si morde la coda, definito negli anni \u201930 da Irving Fisher <em>deflazione da debiti<\/em>. In questa <em>deflazione da debiti<\/em> ci siamo ormai dentro fino al collo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>I \u201csacrifici\u201d che ci vengono raccomandati, fra gli altri, dal Presidente della Repubblica, sono indispensabili?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In Italia, a sinistra, ci si \u00e8 sempre periodicamente innamorati delle parole intrise di senso del sacrificio: una volta era la \u201causterity\u201d, oggi \u00e8 il \u201crigore\u201d. Non ci sarebbe nulla di male se con ci\u00f2 si intendesse uno sforzo collettivo per rendere il fragile Stato italiano pi\u00f9 forte, per sottrarlo alle corruttele e alla speculazione, e per orientare le risorse pubbliche verso scopi produttivi di benessere collettivo. Il problema \u00e8 che invece quelle parole vengono declinate quasi esclusivamente nel senso della contrazione del bilancio statale e dell\u2019abbattimento della spesa pubblica. Si tratta di un errore gravissimo, che danneggia in primo luogo la classe lavoratrice, che la sinistra dovrebbe candidarsi a rappresentare e a proteggere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La nostra situazione economica \u00e8 paragonabile a quella degli anni \u201930?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non lo dico io: gli economisti Barry  Eichengreen e Kevin O\u2019Rourke hanno pubblicato una interessante ricerca che ha dimostrato che, dopo la crisi esplosa nel 2008, la caduta iniziale del PIL mondiale \u00e8 stata persino pi\u00f9 accentuata di quanto non fu dopo il 1929, all\u2019inizio della cosiddetta Grande Depressione. Dunque le analogie con la crisi degli anni Trenta sono supportate dai dati. Del resto, lo stesso Presidente uscente della Banca Centrale Europea, Trichet,  ha affermato di  recente che questa \u00e8 senza dubbio la crisi economica pi\u00f9 grave dal dopoguerra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Molti economisti hanno recentemente pubblicato dati statistici che attestano come l\u2019attuale distribuzione dei redditi a livello di singoli paesi sia sperequata almeno quanto lo era all\u2019epoca della Grande Crisi. C\u2019\u00e8 un nesso tra concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi e crisi economica?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La tesi secondo cui la crisi economica pu\u00f2 essere favorita da una forte sperequazione dei redditi \u00e8 stata in effetti sostenuta nel tempo da svariati economisti. Nel campo dei teorici \u201ccritici\u201d ricordo Paolo Sylos Labini, che forniva un\u2019interpretazione della grande crisi degli anni Trenta che attribuiva notevole rilievo al problema della divaricazione dei redditi. Ma ve ne sono anche nell\u2019ambito del mainstream: ad esempio, il premio Nobel Joseph Stiglitz ha recentemente aderito a questa tesi. In genere questa chiave di lettura si basa sul fatto che la propensione al consumo dei salari \u00e8 maggiore rispetto alla propensione al consumo di profitti e rendite. Ossia, se diamo 100 Euro a un operaio, questi evidentemente spender\u00e0 una quota significativa di quella somma e tender\u00e0 a risparmiarne una quota molto piccola; se invece trasferiamo questi 100 euro a un titolare di capitali o di rendite finanziarie o immobiliari, questi molto probabilmente non si accorger\u00e0 nemmeno di averli e tender\u00e0 a risparmiarli. Si tratta di un\u2019evidenza ben documentata dai dati empirici.  Da questa constatazione si giunge quindi all\u2018idea che quanto pi\u00f9 si sposta il reddito dai lavoratori ai proprietari del capitale tanto pi\u00f9 la spesa complessiva, cio\u00e8 la domanda di merci, tende a deprimersi. Ora, \u00e8 indubbio che nel corso dell\u2019ultimo trentennio si sia registrato un enorme spostamento di reddito dai salari ai profitti: in Europa, ad esempio, la quota di reddito destinata ai salari \u00e8 crollata in un trentennio da circa il 67% a poco pi\u00f9 del 55%. Ed \u00e8 anche vero che recenti ricerche pubblicate dal Cambridge Journal of Economics hanno confermato che lo spostamento di redditi dai salari ai profitti ha un effetto depressivo che, cumulandosi del tempo, pu\u00f2 avere una rilevanza tutt\u2019altro che trascurabile. Personalmente non saprei dire se questa sia stata la causa principale della crisi. Senz\u2019altro, si tratta di un fattore che pu\u00f2 aver contribuito a crearne i presupposti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Lei ha studiato la crescita delle divergenze manifestatesi fra diverse aree d&#8217;Europa a partire dall&#8217;entrata in vigore dell&#8217;Euro. Che influenza hanno esercitato queste divaricazioni sulla crisi che stiamo attraversando? E come si potrebbe porvi rimedio?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli squilibri sui quali io e molti altri economisti ci siamo soffermati essenzialmente riguardano i rapporti commerciali tra i paesi della zona euro. Abbiamo rilevato che, soprattutto a partire dalla nascita della moneta unica, si \u00e8 verificata una crescita dei surplus commerciali verso l\u2019estero della Germania ed un corrispondente aumento dei deficit commerciali verso l\u2019estero di Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e, in parte, anche della Francia. Questi squilibri commerciali all\u2019interno della zona euro rappresentano sicuramente una delle cause principali dell\u2019effetto particolarmente grave che la crisi mondiale sta avendo sull\u2019Unione monetaria europea. Questi squilibri sono in larga misura determinati dalla politica della Germania, che si contraddistingue per l\u2019obiettivo di spingere sulle esportazioni e tenere sotto controllo la domanda interna e quindi le importazioni. I tedeschi, per generare un sistematico surplus di esportazioni sulle importazioni, attuano politiche restrittive e di forte contenimento dei salari in rapporto alla produttivit\u00e0. Basti ricordare che dal 2000 ad oggi, mentre nel resto d\u2019Europa i salari reali sono cresciuti di circa il 5%, in Germania la crescita dei salari reali \u00e8 stata pari a zero. Questo contenimento dei salari tedeschi avviene nonostante una crescita significativa della produttivit\u00e0. Ma quando la produttivit\u00e0 cresce mentre i salari restano al palo, si verifica automaticamente uno spostamento della distribuzione del reddito dai salari verso i profitti, che conquistano gli incrementi di produttivit\u00e0. Non a caso, dal 2000 ad oggi, in Germania si \u00e8 anche verificata una caduta della quota salari su PIL totale dell\u2019ordine del 3%, mentre nel resto d\u2019Europa \u00e8 stata pari allo 0,7%. Questo spostamento di reddito \u00e8 estremamente significativo, e contribuisce ad accentuare gli squilibri interni alla zona euro. Se la Germania insiste sulla strada della competizione salariale, la zona euro rischia di essere spacciata perch\u00e9 i paesi periferici, ad un certo punto, potrebbero essere costretti a sganciarsi dalla moneta unica per svalutare, nel tentativo di guadagnare competitivit\u00e0 e riequilibrare il disavanzo commerciale. Questo esito non sarebbe da imputare solo alla debolezza economica dei paesi periferici. La Germania sarebbe corresponsabile, se non di pi\u00f9. Per risolvere il problema la Germania dovrebbe ribaltare la propria politica economica, che da restrittiva dovrebbe diventare espansiva: dovrebbe cio\u00e8 puntare non pi\u00f9 solo sull\u2019esportazione ma anche sull\u2019importazione di merci. A questo riguardo si potrebbero utilizzare diversi meccanismi. Personalmente ho suggerito l\u2019adozione di uno \u201cstandard retributivo europeo\u201d. Si tratta di uno strumento che costringerebbe la Germania a far crescere i salari pi\u00f9 della produttivit\u00e0 fino al riassorbimento del surplus verso l\u2019estero. Questo meccanismo \u00e8 interessante perch\u00e9 contribuisce anche a sfatare un luogo comune: solitamente si dice che la salvezza della zona euro \u00e8 in confitto con gli interessi dei lavoratori, nel senso che se si vuole salvare l\u2019euro i lavoratori devono fare sacrifici. Lo \u201cstandard\u201d invece dimostra che gli interessi dei lavoratori europei e la salvezza dell\u2019euro sono obiettivi coincidenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Le cronache di questi giorni ci parlano del tentativo della francese Edf di aggiudicarsi la propriet\u00e0 di Edison. E&#8217; forse iniziato lo \u201cshopping\u201d del patrimonio industriale italiano ad opera dei capitali stranieri?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una delle conseguenze della crisi della zona euro consiste nel fatto che i paesi maggiormente indebitati si caratterizzano anche per una tendenza delle loro imprese ad accumulare debiti che non riescono a rimborsare. In queste circostanze, per recuperare condizioni di solvibilit\u00e0, pu\u00f2 accadere che si sia costretti a mettere parti di capitale sul mercato \u2013 in sostanza, si sia costretti a vendere. Ed \u00e8 possibile che i compratori siano esteri. A questo riguardo va segnalata una cosa: se la zona euro dovesse deflagrare e quindi si verificasse una svalutazione da parte dell&#8217;Italia e degli altri paesi deboli, la probabilit\u00e0 di acquisizioni da parte di soggetti stranieri sarebbe ancora maggiore. Lo dimostra il caso del 1992: dopo la crisi del Sistema Monetario Europeo e la conseguente svalutazione della Lira, l&#8217;Italia fu attraversata da un processo di privatizzazioni nel quale i principali acquirenti furono stranieri e questo per un motivo semplice: la svalutazione riduce il valore dei capitali nazionali e quindi consente ai capitali esteri di fare <em>shopping<\/em> a buon mercato. E&#8217; quel processo che Marx ed Hilferding definivano \u201ccentralizzazione dei capitali\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Veniamo al tema \u201clavoro\u201d.  Il 23 ottobre, sul Corriere della Sera, gli economisti Alesina e Giavazzi hanno avanzato 10 proposte a costo zero per dare una \u201cscossa\u201d al paese. Le prime 4 hanno anticipato la lettera d\u2019intenti di Berlusconi in materia di liberalizzazione del mercato del lavoro: la terza chiede l\u2019applicazione dell\u2019Art. 8 del decreto di Agosto e la quarta reintroduce le gabbie salariali tra Nord e  Sud. D&#8217;altra parte c&#8217;\u00e8 chi, all&#8217;interno del pi\u00f9 importante partito d&#8217;opposizione, sostiene che \u201cbisogna fare come in Germania\u201d.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Iniziamo dall\u2019esortazione a \u201cfare come in Germania\u201d. Il tentativo di imitare un competitore altamente efficiente \u00e8 una cosa comprensibile. Il fatto che si desideri emulare la capacit\u00e0 tedesca di sviluppare la produttivit\u00e0 \u00e8 sensato. Ma c\u2019\u00e8 un problema: se tutti davvero \u201cfacessimo come la Germania\u201d non si capirebbe pi\u00f9 chi compra le merci! Mi spiego: abbiamo detto che la Germania si caratterizza per una strategia di sviluppo basata sul controllo della domanda interna, sul contenimento dei salari rispetto alla produttivit\u00e0 e sulla forte crescita delle esportazioni rispetto alle importazioni. Questo modello di sviluppo ha funzionato efficacemente perch\u00e9 vi sono stati, di converso, paesi \u2013 come l&#8217;Italia, la Spagna, la Grecia, il Portogallo e la stessa Francia \u2013 che si sono resi disponibili a indebitarsi verso l&#8217;estero per comprare merci tedesche. Si comprende di conseguenza che se tutti pretendiamo di fare come la Germania, se cio\u00e8 puntiamo a generare un eccesso di esportazioni sulle importazioni \u2013 anche attraverso un forte contenimento del costo del lavoro \u2013 il risultato \u00e8 che cadremo tutti inesorabilmente in una depressione generalizzata. Esiste quindi un evidente vizio logico nello slogan \u201cdobbiamo fare come la Germania\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per quanto riguarda le proposte avanzate da Alesina e Giavazzi, se ci soffermiamo sulla richiesta di rendere pi\u00f9 flessibile il mercato del lavoro, bisogna ricordare che l&#8217;Italia ha gi\u00e0 lungamente praticato questa politica. Fra 1998 e 2008 il nostro paese si \u00e8 contraddistinto per una caduta degli indici di protezione del lavoro calcolati dall&#8217;OCSE che in Europa \u00e8 stata la pi\u00f9 pesante di tutte. Ora, riguardo agli effetti di questo tipo di politica sull&#8217;occupazione, il prof. Giavazzi sa bene \u2013 essendo coautore dell&#8217;edizione italiana del suo manuale di macroeconomia \u2013 che  Olivier Blanchard, direttore dell&#8217;ufficio ricerca del Fondo Monetario Internazionale, a conclusione di una rassegna di tutte le ricerche realizzate a riguardo, ha rilevato che non c&#8217;\u00e8 una correlazione fra protezioni del lavoro e disoccupazione: la maggiore flessibilit\u00e0 del lavoro non riduce la disoccupazione. Anzi, bisognerebbe tener conto del fatto che la precarizzazione del lavoro, rendendo pi\u00f9 facili i licenziamenti in tempo di crisi, fa cadere pi\u00f9 velocemente il monte salari e quindi rischia di accentuare la recessione. In generale, cio\u00e8, tende a determinare una maggiore instabilit\u00e0 del ciclo economico. Detto questo, indubbiamente c&#8217;\u00e8 una cosa che la maggiore flessibilit\u00e0 dei contratti di lavoro determina ed \u00e8 la riduzione del potere contrattuale dei lavoratori; in questo modo la dinamica salariale si ferma o addirittura comincia a declinare. Sotto questo aspetto si potrebbe magari pensare che chi propone la maggiore flessibilit\u00e0 del lavoro di fatto auspichi una ulteriore compressione dei salari in modo da aumentare la competitivit\u00e0 nazionale. Questa \u00e8 una tesi brutale ma logicamente sensata. Il problema \u00e8 che questo tipo di politica \u2013 ripeto, lungamente praticata in Italia \u2013 non ha determinato un miglioramento della competitivit\u00e0 relativa del paese: il nostro deficit commerciale verso l&#8217;estero \u00e8 comunque aumentato. Questa politica non ha funzionato perch\u00e9, in misura ancor pi\u00f9 accentuata, l&#8217;ha praticata anche la Germania. In questa rincorsa al ribasso delle tutele, dei diritti e dei salari contro la Germania noi rischieremo sempre di soccombere. Non solo: la corsa al ribasso in quanto tale, generando una deflazione generalizzata, non fa altro che accentuare il profilo della crisi europea.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Giusto una precisazione sulla linea di pensiero Ichino-Boeri, che propongono la ricetta della flex-security, secondo la quale in Italia ci sarebbe bisogno di \u201cmaggiore flessibilit\u00e0 e meno precariet\u00e0\u201d. Da un punto di vista scientifico che valenza ha un&#8217;affermazione del genere?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;idea della \u201cflex-security\u201d \u00e8 che, da un lato, bisognerebbe rendere pi\u00f9 facili i licenziamenti e, dall&#8217;altro, si dovrebbero aumentare le tutele sul mercato del lavoro, per esempio i sussidi di disoccupazione. Ci sono due elementi che rendono questa politica discutibile. In primo luogo, per arrivare a una dimensione di sussidi tale da ridurre significativamente la precariet\u00e0 del lavoro, la spesa pubblica complessiva dovrebbe essere molto elevata \u2013 e non si capisce come i promotori intendano finanziarla. In secondo luogo, non \u00e8 chiaro il motivo per cui bisognerebbe rendere i licenziamenti pi\u00f9 facili. La ricerca economica infatti non \u00e8 riuscita a dimostrare che contratti pi\u00f9 flessibili determinino effetti positivi sul sistema economico. Per esempio, noi rileviamo sul piano dell&#8217;analisi empirica che contratti flessibili hanno effetti controversi sulla produttivit\u00e0 del lavoro: addirittura possono ridurla. Ci\u00f2 perch\u00e9 il lavoratore con minori tutele ha meno incentivi a investire e a formarsi e tende pi\u00f9 facilmente ad assumere un comportamento alienato, opportunistico e al limite ostile nei confronti del luogo e dell&#8217;azienda presso cui lavora. Non si capiscono quindi gli obbiettivi generali di questa proposta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Lei ritiene che la sinistra italiana sia sufficientemente preparata sul piano economico per affrontare i tempi difficili che stiamo attraversando?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le sinistre \u2013 e pi\u00f9 in generale gli eredi del movimento operaio \u2013 sono rimaste schiacciate dalla crisi. Non soltanto i liberisti pi\u00f9 oltranzisti, ma anche autorevoli esponenti della sinistra hanno ritenuto che il modo di produzione capitalistico si fosse stabilizzato, che fosse ormai esente da crisi sistemiche. Per cui il ruolo delle sinistre a quel punto si riduceva a chiedere un po&#8217; di redistribuzione a fronte di una crescita che veniva trainata fondamentalmente dal meccanismo della finanza privata. A causa di questa illusione le sinistre sono rimaste spiazzate dalla crisi almeno quanto i propugnatori del liberismo pi\u00f9 sfrenato. Detto questo, oggi rilevo qualche ripensamento rispetto alle idee che hanno caratterizzato i decenni passati. Per esempio, nella riunione tenutasi a Varsavia nel dicembre 2010 le forze aderenti al partito socialista europeo hanno iniziato a prendere atto che l&#8217;assetto delle istituzioni europee \u00e8 auto-contraddittorio e non \u00e8 in grado di reggere a una situazione di crisi come quella che stiamo a attraversando. Rilevo pure che le illusioni della \u201cterza via\u201d, del \u201cliberismo temperato\u201d, sono state accantonate e si \u00e8 recuperata una visione pi\u00f9 vicina alla tradizione novecentesca socialdemocratica e del movimento operaio. Pure nella attuale segreteria del Partito Democratico sembra affiorare la volont\u00e0 di superare i vecchi retaggi. Basti pensare che il PD ha incorporato la proposta di \u201cstandard retributivo europeo\u201d all&#8217;interno del suo programma di riforme, pubblicato lo scorso aprile. Detto ci\u00f2, tuttavia, io avverto pure un terrificante ritardo delle sinistre rispetto al ritmo di propagazione della crisi. Le nuove idee infatti faticano ad imporsi. All&#8217;interno dei partiti della sinistra c\u2019\u00e8 ancora da battagliare con soggetti che, mentre le macerie gli cadono addosso, continuano a propugnare le solite ricette del pareggio di bilancio pubblico e del liberismo sul mercato del lavoro. Questo ritardo rischiamo di pagarlo carissimo. Se davvero l\u2019Unione europea dovesse deflagrare, le responsabilit\u00e0 risiederebbero non solo tra i portatori degli interessi prevalenti in Germania, ma anche  nell&#8217;incapacit\u00e0 dei partiti socialisti europei \u2013 e pi\u00f9 in generale delle forze eredi pi\u00f9 o meno dirette del movimento operaio \u2013 di modificare il loro indirizzo di politica economica in tempo per fronteggiare la crisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Facciamo un gioco che andava di moda qualche anno fa nella stampa anglosassone. Se Emiliano Brancaccio fosse un dittatore cosa farebbe nell&#8217;immediato per far fronte alla crisi?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se fossi un dittatore mi dimetterei [ridendo]. A parte gli scherzi, bisognerebbe piuttosto porsi il problema di contrastare l\u2019attuale tendenza verso strutture decisionali oligarchiche. Bisognerebbe mettere in funzione una democrazia realmente rappresentativa degli interessi prevalenti ed effettivamente partecipata. Una democrazia che funzionasse davvero probabilmente prenderebbe atto del fatto che l&#8217;unit\u00e0 europea per essere salvata necessita di riforme. In primo luogo, di un \u201cmotore interno\u201d dello sviluppo economico e sociale. Il regime di accumulazione del capitale trainato dalla finanza privata \u2013 in particolare statunitense \u2013 \u00e8 infatti entrato in crisi e difficilmente potr\u00e0 essere ripristinato. Questa \u00e8 un&#8217;occasione storica per poter costruire un nuovo e diverso regime di sviluppo. Una possibilit\u00e0 verte sul recupero, sull&#8217;aggiornamento e sul rilancio del concetto di pianificazione pubblica. E&#8217; possibile cio\u00e8 concepire un motore dello sviluppo economico europeo fondato sulla pianificazione pubblica degli investimenti. Se la politica monetaria e la politica fiscale venissero orientate in questa direzione si attiverebbe un propulsore interno, in grado di salvaguardare l&#8217;unit\u00e0 europea. A questo motore bisognerebbe per\u00f2 aggiungere un meccanismo di riequilibrio nei rapporti sociali fra le classi e commerciali fra le nazioni. Lo \u201cstandard retributivo europeo\u201d \u00e8 una delle tante soluzioni possibili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Ma come si potrebbe, qui e ora, fare in modo che queste politiche alternative siano praticate?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Forse bisognerebbe chiarire, soprattutto ai tedeschi, che se davvero salta la moneta unica allora rischier\u00e0 di saltare anche il mercato unico europeo. Bisognerebbe cio\u00e8 dire con chiarezza che i paesi periferici, se fossero costretti a uscire dalla zona euro, potrebbero non solo svalutare, ma anche introdurre limiti alla circolazione di capitali e di merci. Questa opzione, che potremmo definire \u201cneo-protezionista\u201d, costituirebbe una minaccia grave per la Germania, una minaccia pi\u00f9 grave della sola svalutazione perch\u00e9, come abbiamo detto, la Germania fonda una parte significativa del proprio sviluppo economico sulla capacit\u00e0 di penetrare i mercati esteri. Per quanto paradossale possa sembrare, una esplicita minaccia protezionistica potrebbe costituire una strategia in grado di portarci alla salvezza della zona Euro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<div id=\"sdfootnote1\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"sdfootnote1sym\"><\/a> Articoli, video e materiale didattico su  <em>www.emilianobrancaccio.it<\/em><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote2\" style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: left;\"><a name=\"sdfootnote2sym\"><\/a> Emiliano Brancaccio ,  <em>La crisi del pensiero unico<\/em>, Franco \tAngeli, 2010, seconda edizione<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"wp_fb_like_button\" style=\"margin: 0; float: none\"><iframe src=\"http:\/\/www.facebook.com\/plugins\/like.php?href=http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/?p=2695&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;width=450&amp;height=30\" scrolling=\"no\" frameborder=\"0\" allowTransparency=\"true\" style=\"border:none; overflow:hidden; width: 450px; height: 30px;\"><\/iframe><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Roberto Polidori Emiliano Brancaccio \u00e8 docente di Fondamenti di Economia Politica ed Economia del Lavoro presso l\u2019Universit\u00e0 del Sannio a Benevento; \u00e8 uno tra i pi\u00f9 autorevoli analisti e critici delle teorie economiche dominanti. 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