{"id":3881,"date":"2012-03-05T00:02:35","date_gmt":"2012-03-04T22:02:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.siderlandia.it\/?p=3881"},"modified":"2012-10-10T15:53:27","modified_gmt":"2012-10-10T13:53:27","slug":"inquinamento-di-classe","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/?p=3881","title":{"rendered":"Inquinamento&#8230; &#8220;di classe&#8221;"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: right;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-3886 alignleft\" src=\"http:\/\/www.siderlandia.it\/wp-content\/uploads\/2012\/03\/Manchester-in-1843-300x234.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"234\" srcset=\"http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/wp-content\/uploads\/2012\/03\/Manchester-in-1843-300x234.jpg 300w, http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/wp-content\/uploads\/2012\/03\/Manchester-in-1843.jpg 550w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">di<strong><em> Salvatore Romeo (&#8217;84)<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: right; font-size: 11px;\">\u201cQuando muoio non voglio niente del paradiso:<br \/>\nio i lavori del paradiso non li saprei fare.<br \/>\nPrego che il diavolo mi venga a prendere<br \/>\ne mi metta nelle fornaci ardenti dell&#8217;inferno.\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: right; font-size: 11px;\">(B. Springsteen, <em><a href=\"http:\/\/www.google.com\/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=&amp;esrc=s&amp;source=web&amp;cd=1&amp;cts=1330880458812&amp;ved=0CCQQtwIwAA&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3Dyy71IJm5dgw&amp;ei=tp9TT5Iaiuw5kfnxmgo&amp;usg=AFQjCNH9nW1MaYsYjHawb5O2w7nCl-9Y7Q&amp;sig2=3dg4ltfRrGPg5mgrBlxeVw\">Youngstown<\/a><\/em>)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">C&#8217;\u00e8 un dato contenuto nella perizia medico-epidemiologica recentemente depositata presso il Tribunale di Taranto nel quadro del processo contro l&#8217;ILVA cui, tranne rare eccezioni (si segnala <a href=\"http:\/\/www.ilfattoquotidiano.it\/2012\/03\/02\/ilva-taranto-emissioni-inquinamento\/194928\/\">questo bel pezzo di Francesco Casula<\/a>), non \u00e8 stato dato quasi per nulla risalto. I curatori del documento \u2013 dott. Forastiere, prof. Biggeri e prof.ssa Triassi \u2013 cos\u00ec scrivono:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; font-size: 11px;\">\u201cLa citt\u00e0 di Taranto (e i due comuni limitrofi Statte e Massafra) presentano un quadro sociale variegato con presenza contemporanea di aree ad elevata emarginazione e povert\u00e0 ed aree abbienti. A questa stratificazione sociale si associano differenze importanti di salute (e di probabilit\u00e0 di morte). <em>Le classi sociali pi\u00f9 basse hanno tassi di mortalit\u00e0 e di ricorso al ricovero ospedaliero pi\u00f9 alte di circa il 20% rispetto alle classi sociali pi\u00f9 abbienti<\/em> [corsivo mio].\u201d<!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il dato diventa persino macroscopico se si considerano le malattie all&#8217;apparato respiratorio: in questo caso la mortalit\u00e0 nelle fasce pi\u00f9 povere \u00e8 del 78% superiore rispetto a quella riscontrabile presso le classi superiori. Naturalmente ad essere pi\u00f9 esposti a rischio sono gli abitanti dei quartieri Tamburi e Paolo VI, presso i quali si concentra buona parte della popolazione pi\u00f9 povera della citt\u00e0. \u201cPer questi quartieri, dopo aver aggiustato nella analisi statistica per i differenziali sociali, i livelli complessivi di mortalit\u00e0 e di ricorso al ricovero ospedaliero sono pi\u00f9 elevati rispetto agli altri quartieri di Taranto del 27-64% per Paolo VI e 10-46% per Tamburi.\u201d Ma i soggetti che subiscono pi\u00f9 di tutti le conseguenze dell&#8217;inquinamento di origine industriale sono i lavoratori dello stabilimento. Rilevano i periti che<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; font-size: 11px;\">\u201cesiste una maggiore frequenza di denunce di malattie respiratorie non da asbesto [amianto, ndr] tra i lavoratori dell\u2019ILVA rispetto al dato nazionale, un segnale di contaminazione ambientale in ambiente di lavoro, certamente compatibile con la particolare tipologia lavorativa.<br \/>\nla consistente denuncia di tumori non da asbesto tra i lavoratori, rispetto al dato nazionale, pu\u00f2 essere considerato in relazione all\u2019esposizione a cancerogeni ambientali diversi dall\u2019asbesto (es. IPA e benzene);<br \/>\nla consistente denuncia delle malattie da asbesto tra i lavoratori rispetto al dato nazionale, peraltro riconosciuta dall\u2019INAIL nella maggior parte dei casi, costituisce un segnale di esposizione dei lavoratori all\u2019asbesto\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla luce di queste considerazioni emerge chiaro un fatto: l&#8217;inquinamento di origine industriale \u00e8 profondamente intrecciato al conflitto sociale o, pi\u00f9 precisamente, a quella che un tempo si sarebbe definita \u201clotta di classe\u201d. E, ancora una volta, a condurre l&#8217;offensiva \u00e8 la parte padronale \u2013 che, per dirla con Ascanio Celestini, \u201csta vincendo alla grande\u201d. In quest&#8217;ultima accezione l&#8217;inquinamento \u2013 e il conseguente avvelenamento \u2013 altro non \u00e8 che un ulteriore aspetto dello sfruttamento che caratterizza i rapporti di produzione capitalistici. Certo, ce lo avevano gi\u00e0 raccontato i \u201cclassici\u201d del pensiero socialista, <a href=\"http:\/\/www.fondazionemicheletti.it\/nebbia\/dettagli.aspx?id_articolo=286\">come ci ricorda il prof. Giorgio Nebbia<\/a>. Cos\u00ec Friederich Engels descrive la situazione della Manchester del 1845:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; font-size: 11px;\">\u201cIn capo al ponte stanno grandi concerie, pi\u00f9 sopra ancora tintorie, mulini per polverizzare ossa, e gasometri, i cui canali di scolo e rifiuti si riversano tutti nell\u2019Irk [il fiume della citt\u00e0, ndr], che raccoglie inoltre anche il contenuto delle attigue fognature e latrine. \u00c8 facile immaginare, dunque, di quale natura siano i depositi che il fiume lascia dietro di s\u00e9. A pi\u00e8 del ponte si vedono le macerie, l\u2019immondizia, il sudiciume e la rovina dei cortili che danno sulla ripida riva sinistra; una casa segue immediatamente l\u2019altra, e, per l\u2019inclinazione della riva se ne vede di ciascuna un pezzo: tutte nere di fumo, sgretolate, vecchie, con le intelaiature e i vetri delle finestre in pezzi. Lo sfondo \u00e8 formato da vecchi stabilimenti industriali simili a caserme.\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ne <em>La situazione della classe operaia in Inghilterra<\/em> (l&#8217;opera da cui la citazione \u00e8 tratta), la miserabile condizione della popolazione operaia di una delle citt\u00e0 pi\u00f9 industrializzate dell&#8217;epoca (ritratta nella foto sopra) e la fatiscenza dell&#8217;ambiente in cui vive viene ricondotta a un unico principio: la ricerca del profitto. E&#8217; un rapporto di causa-effetto quasi meccanico, lo stesso che di l\u00ec a qualche anno il grande amico di Engels, Karl Marx, avrebbe descritto ne \u201cIl Capitale\u201d. Quest&#8217;ultimo si fonda su un&#8217;astrazione: le cose (incluso il lavoro) non sono considerate nella loro concretezza (valore d&#8217;uso), bens\u00ec per la funzione che esercitano nel processo di creazione del valore. Un grammo di eroina o una medicina per guarire da una malattia grave hanno la stessa importanza agli occhi di chi deve realizzare profitto se il loro valore di mercato (o, per dirla con Marx, valore di scambio) si equivale. Da questa astrazione derivano tutta una serie di conseguenze deleterie: la fatica dell&#8217;uomo, la stabilit\u00e0 sociale e le leggi della natura possono essere tranquillamente e ripetutamente violate se ci\u00f2 non comporta un danno per la produzione. Ma ci\u00f2 che risalta dall&#8217;analisi marxiana \u00e8 il carattere oggettivo di queste valutazioni: il capitalista non \u00e8 un uomo malvagio (il tipico grassone con sigaro e cilindro che sghignazza al pensiero della sorte meschina dei suoi operai), ma a sua volta una funzione del meccanismo del Capitale: egli applica le regole che governano la societ\u00e0 capitalista, sia sul versante del lavoro, sia su quello dei rapporti con la societ\u00e0 e la natura. Se non lo facesse smetterebbe di essere un capitalista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quanto si \u00e8 detto dovrebbe suonare come un&#8217;ovviet\u00e0, eppure a Taranto non \u00e8 cos\u00ec. Ci\u00f2 che domina le valutazioni sulla questione ambientale \u00e8 un iper-soggettivismo che ha quanto meno due ricadute auto-contraddittorie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">a) La colpa dell&#8217;inquinamento \u00e8 di persone e realt\u00e0 industriali precise. Questo spiega l&#8217;intensit\u00e0 con cui buona parte dell&#8217;ambientalismo jonico ha preso a seguire l&#8217;azione penale recentemente avviata contro l&#8217;ILVA: in un processo evidentemente dietro la sbarra degli imputati non pu\u00f2 sedere un intero modo di produzione, bens\u00ec soggetti ben definiti. Ne derivano per\u00f2 ingenuit\u00e0 e veri e propri errori: credere che semplicemente sostituendo un tipo di produzione con un&#8217;altra si risolva il problema dell&#8217;inquinamento \u00e8 illusorio. Ogni attivit\u00e0 produttiva moderna porta con s\u00e9 un impatto ambientale significativo, anche quelle che apparentemente sembrano adattarsi meglio alle caratteristiche del territorio: si vedano le conseguenze devastanti del turismo o della pesca sull&#8217;habitat terrestre e marino nelle aree dove queste attivit\u00e0 vengono praticate con logiche industriali (le sole che consentono di assorbire migliaia di addetti).<br \/>\nb) Per imporre un limite alle attivit\u00e0 inquinanti basta un&#8217;azione politica efficace. Ne deriva che, sovente, i rappresentanti istituzionali e politici nazionali e locali vengano considerati corresponsabili dei vari disastri, quanto meno per le omissioni di cui si sarebbero macchiati; ne consegue che basti cambiare questi ultimi per ottenere risultati pi\u00f9 efficaci. Nessuno vuol negare che in Italia una decisa politica ambientale forse non sia stata mai portata avanti, tuttavia attenzione agli eccessi di questa valutazione. Chiunque assumesse incarichi politici rilevanti presto o tardi sarebbe costretto a constatare che le esigenze di un&#8217;azienda (tanto pi\u00f9 se una grande azienda) spesso condizionano pesantemente il contesto in cui essa opera: se il sistema di produzione capitalista \u00e8 indissociabile dalla concorrenza (fra privati e fra paesi), imporre a un importante sito produttivo standard di tutela dell&#8217;ambiente rigorosi o addirittura ordinarne la chiusura pu\u00f2 avere riflessi catastrofici sull&#8217;azienda, nel primo caso, e sul paese, nel secondo. Ne deriverebbe una situazione in cui al fronte ambientalista si contrapporrebbe quello delle forze produttive (lavoratori e capitalisti), con esiti imprevedibili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Proviamo ad andare oltre l&#8217;ambientalismo \u201csoggettivista\u201d e a guardare a questa fondamentale questione nell&#8217;ottica delle classi che per prime subiscono questa ulteriore forma di sfruttamento. Spingendoci in questa direzione incontriamo la feroce critica portata al capitalismo sin dalle sue origini, quella degli Engels e dei Marx. Questa critica insisteva sul carattere intrinsecamente disordinato del sistema: la stessa realizzazione del profitto va incontro a tutta una serie di incognite che sfuggono all&#8217;analisi dei capitalisti, divenendo pertanto incerta. La stessa crisi in cui ci stiamo dibattendo \u00e8 un tipico esempio di una pi\u00f9 generale \u201ctendenza alla crisi\u201d del sistema: per anni il problema dell&#8217;arretramento progressivo della quota dei salari e degli stipendi sul reddito \u2013 dinamica caratteristica di tutti i paesi industrializzati \u2013 \u00e8 stato momentaneamente tamponato con l&#8217;espansione del credito privato. Questo ha consentito ai lavoratori dipendenti di diverse parti del mondo di conservare un tenore di vita da ceto medio e alle imprese di continuare a realizzare investimenti e profitti. Sono stati inventati strumenti finanziari ad hoc per dilatare continuamente l&#8217;offerta di denaro a famiglie e aziende, ma presto o tardi la bolla doveva scoppiare \u2013 e cos\u00ec \u00e8 stato. Quale capitalista si \u00e8 posto il problema di cosa ne sarebbe stato della propria attivit\u00e0 e dell&#8217;intero sistema a quel punto? E si badi, non si tratta di un \u201cerrore\u201d, bens\u00ec di una conseguenza necessaria del funzionamento del sistema, il quale fa dell&#8217;ottica privata il suo perno<br \/>\nDato per presupposto tutto ci\u00f2, la questione ambientale la si pu\u00f2 affrontare \u2013 con qualche speranza di risolverla \u2013 solo riducendo drasticamente l&#8217;imprevedibilit\u00e0 del sistema. In che modo? Se il sistema si fonda sugli interessi privati, occorre (ri)costruire centri di progettualit\u00e0 e azione pubblica. Veniamo cos\u00ec a un altro tema molto caro al pensiero marxiano: quello del \u201cpiano\u201d. La parola \u2013 richiamando la problematica esperienza sovietica \u2013 pu\u00f2 far paura a molti, ma non si pu\u00f2 fare a meno di ricordare che, fino agli anni &#8217;70, anche i paesi a capitalismo avanzato furono affascinati da questa idea. Una testimonianza abbastanza eloquente \u00e8 quella <a href=\"http:\/\/www.emilianobrancaccio.it\/wp-content\/uploads\/2011\/09\/brancaccio-critica-marxista-2009.pdf\">citata dal prof. Emiliano Brancaccio<\/a> a proposito dell&#8217;economista premio Nobel, Wassily Leontief. Questi nel 1975 fu tra i promotori di un Comitato per la Pianificazione Economica negli Stati Uniti. Leontief richiam\u00f2 allora \u2013 forse tornando con la memoria alle sue esperienze giovanili di collaboratore del governo sovietico nella stesura del primo piano quinquennale \u2013 l&#8217;esigenza per il paese di dotarsi di \u201celementi di piano\u201d al fine di far fronte alla crisi economica che aveva duramente colpito il paese (sono gli anni che seguono immediatamente lo <em>shock petrolifero<\/em>). La proposta &#8211; e il dibattito che ne deriv\u00f2 &#8211; conquist\u00f2 le prime pagine del New York Times. Si d\u00e0 il caso che lo stesso Leontieff, <a href=\"http:\/\/www.fondazionemicheletti.it\/altronovecento\/allegati\/9451_2011.2.11_Arc.Altronovecento.01.14.pdf\">come ci ricorda il gi\u00e0 citato Giorgio Nebbia<\/a>, \u00e8 stato fra i primi a concepire l&#8217;idea di un \u201cbilancio ecologico\u201d, sfruttando proprio l&#8217;innovazione teorica che gli valse il Nobel: la \u201ctavola intersettoriale\u201d \u2013 che proprio le autorit\u00e0 preposte alla pianificazione (o \u201cprogrammazione\u201d, come era preferibile dire in Occidente) conoscevano (e forse ancora conoscono) molto bene. La tavola intersettoriale consente di avere una visione precisa dell&#8217;interdipendenza fra i diversi settori di un determinato sistema economico: prendendo a riferimento, per esempio, la siderurgia si possono individuare tutti i beni che servono a un determinato volume di produzione di acciaio e tutte le direzioni che le merci realizzate prendono, nel senso dei settori in cui vengono impiegate. La stessa cosa, rilev\u00f2 Leontieff, si pu\u00f2 fare con la materia: quanti e quali agenti inquinanti si generano per rifornire un determinato processo produttivo delle cose di cui necessita e quanti e quali ne emette a sua volta quest&#8217;ultimo? In questo modo non solo si pu\u00f2 avere una visione complessiva dell&#8217;impatto ambientale di un certo sistema produttivo, ma si possono altres\u00ec prendere decisioni complesse e articolate su quali filiere produttive promuovere. Se si affianca poi al bilancio ecologico una tavola intersettoriale di tipo tradizionale, tale decisione pu\u00f2 essere completata da una valutazione delle sue conseguenze economiche e sociali. Il punto ideale di approdo sarebbe quella politica di investimento che consentisse di minimizzare le emissioni e massimizzare i benefici economici e sociali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La realizzabilit\u00e0 di un&#8217;impresa cos\u00ec ambiziosa necessita tuttavia di alcuni presupposti fondamentali: una radicale revisione dell&#8217;impostazione su cui si basano le politiche economiche nazionali e comunitarie \u2013 nel senso di un forte recupero dell&#8217;intervento pubblico \u2013 e una critica spietata di quella che \u00e8 stata forse la pi\u00f9 grave illusione di questi ultimi anni: il libero mercato. Risulta infatti chiaro che, in presenza di una concorrenza praticamente illimitata (che non fa sconti alle condizioni economiche e sociali e alla salute dei lavoratori e dei cittadini), il conseguimento di standard ambientali e sociali accettabili finisce col diventare un&#8217;utopia. Occorre dunque non solo limitare il potere del capitale su uomini e cose attraverso prescrizioni e istituzioni ad hoc, ma \u00e8 quanto mai necessario intervenire drasticamente sui flussi internazionali di merci, perch\u00e9 il dumping salariale e ambientale venga messo alle strette.<br \/>\nMa perch\u00e9 questo progetto possa affermarsi \u00e8 assolutamente indispensabile diffondere nella societ\u00e0 un nuovo approccio alla questione ambientale: questa non pu\u00f2 cadere nelle banalizzazioni dell&#8217;\u201ceffetto NIMBY\u201d (\u201cnon nel mio giardino\u201d) \u2013 che rappresenta, a ben vedere, la versione ambientalista della frammentazione e del conflitto fra lavoratori \u2013, ma deve affrontare le cause strutturali del disastro ambientale. Che sono le stesse che oggi minano la dignit\u00e0 del lavoro e la tenuta dell&#8217;intera societ\u00e0.<\/p>\n<div id=\"wp_fb_like_button\" style=\"margin: 0; float: none\"><iframe src=\"http:\/\/www.facebook.com\/plugins\/like.php?href=http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/?p=3881&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;width=450&amp;height=30\" scrolling=\"no\" frameborder=\"0\" allowTransparency=\"true\" style=\"border:none; overflow:hidden; width: 450px; height: 30px;\"><\/iframe><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Salvatore Romeo (&#8217;84) \u201cQuando muoio non voglio niente del paradiso: io i lavori del paradiso non li saprei fare. Prego che il diavolo mi venga a prendere e mi metta nelle fornaci ardenti dell&#8217;inferno.\u201d (B. 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