{"id":5943,"date":"2012-04-23T00:03:18","date_gmt":"2012-04-22T22:03:18","guid":{"rendered":"http:\/\/www.siderlandia.it\/?p=5943"},"modified":"2012-10-10T14:44:53","modified_gmt":"2012-10-10T12:44:53","slug":"lausterita-e-di-destra-idee-per-ricostruire-la-sinistra","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/?p=5943","title":{"rendered":"&#8220;L&#8217;austerit\u00e0 \u00e8 di destra&#8221;. Idee per ricostruire la Sinistra"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-4404\" src=\"http:\/\/www.siderlandia.it\/wp-content\/uploads\/2012\/04\/png-austeritaedidestra-196x300.png\" alt=\"\" width=\"196\" height=\"300\" srcset=\"http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/wp-content\/uploads\/2012\/04\/png-austeritaedidestra-196x300.png 196w, http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/wp-content\/uploads\/2012\/04\/png-austeritaedidestra-671x1024.png 671w, http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/wp-content\/uploads\/2012\/04\/png-austeritaedidestra.png 1535w\" sizes=\"(max-width: 196px) 100vw, 196px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">di <strong><em>Salvatore Romeo (&#8217;84)<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cL&#8217;austerit\u00e0 \u00e8 di destra. E sta distruggendo l&#8217;Europa\u201d (Il Saggiatore, pp. 152) \u00e8 un&#8217;agile, chiara e al contempo densissima sintesi di un&#8217;elaborazione di pensiero che i due autori, Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, conducono gi\u00e0 da qualche anno. E&#8217; un libro che aspettavamo e che forse arriva in tempo ancora utile per tentare di rivitalizzare quel che resta della sinistra italiana. Il testo si struttura su due assi, profondamente intrecciati fra loro: l&#8217;esame delle cause, della portata e dei possibili esiti della crisi economica che stiamo attraversando e la critica delle politiche messe in campo da governi e istituzioni internazionali nel tentativo di superarla.<!--more--> A questa operazione propriamente analitica, i due autori aggiungono uno sforzo programmatico che porta il libro a irrompere sul terreno della battaglia politica con effetti decisamente destabilizzanti per le posizioni ormai incancrenite delle forze in campo. In questa sede cercheremo soprattutto di analizzare la trama logica del testo ponendo in evidenza quelli che a noi paiono i suoi quattro meriti fondamentali: rigore dell&#8217;analisi; consequenzialit\u00e0 delle proposte; realismo della visione politica; implacabilit\u00e0 della critica. Ne risulter\u00e0 un giudizio che identifica ne \u201cL&#8217;austerit\u00e0 \u00e8 di destra\u201d una pietra miliare del dibattito ideale e politico corrente: un punto dal quale prendere le mosse per riempire di senso l&#8217;espressione \u2013 sempre pi\u00f9 indefinita \u2013 \u201cSinistra\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Perch\u00e9 \u201cl&#8217;austerit\u00e0 \u00e8 di destra?\u201d<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prima ragione che ci fa apprezzare il lavoro di Brancaccio e Passerella \u00e8 lo straordinario rigore dell&#8217;analisi. Attraverso una serie serrata di nessi causali essi ricostruiscono le origini, l&#8217;evoluzione e i potenziali esiti della crisi in cui ci stiamo dibattendo.<br \/>\nPartendo dall&#8217;attualit\u00e0, le ragioni che gli autori individuano per affermare che \u201cl&#8217;austerit\u00e0 \u00e8 di destra\u201d fanno riferimento sia al breve che al lungo periodo. Nell&#8217;immediato, da una parte l&#8217;aumento di tasse e tariffe \u2013 alimentato dai tagli ai servizi pubblici \u2013, dall&#8217;altra la contrazione di salari e stipendi \u2013 conseguita sia direttamente che attraverso l&#8217;ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro \u2013, determina una morsa in cui a restare schiacciati sono i gruppi pi\u00f9 deboli (pensionati, lavoratori dipendenti, giovani, donne). La conseguenza economica di questa pressione \u00e8 il crollo dei consumi, quindi della domanda, che a sua volta determina cali di produzione, disoccupazione e, in assenza di aspettative di ripresa, la decisione delle aziende di sospendere gli investimenti. Di qui un ulteriore contrazione della domanda e l&#8217;innescarsi della spirale della recessione \u2013 nella quale siamo pienamente immersi. Questa tendenza, se non arrestata, ha un esito preciso: diminuendo progressivamente il reddito del paese diventer\u00e0 sempre pi\u00f9 difficile rimborsare i debiti, per cui a un certo punto diventer\u00e0 inevitabile per l&#8217;Italia uscire dall&#8217;Euro. Potrebbe allora materializzarsi nuovamente, ma in scala allargata, lo scenario del 1992 \u2013 quando il nostro paese usc\u00ec dal Sistema Monetario Europeo (SME), il \u201cpadre\u201d dell&#8217;Euro \u2013: con il ripristino di una Lira seccamente svalutata rispetto al suo attuale rapporto di cambio con l&#8217;Euro lavoratori e pensionati vedrebbero ridursi proporzionalmente il valore dei rispettivi redditi. La svalutazione investirebbe gli stessi capitali nazionali, che diventerebbero cos\u00ec oggetto di acquisizioni da parte dei pi\u00f9 forti capitali stranieri \u2013 essenzialmente tedeschi. In definitiva, l&#8217;ulteriore impoverimento della popolazione alimenterebbe la desertificazione produttiva, mentre ci\u00f2 che resterebbe dell&#8217;economia italiana costituirebbe in sostanza un&#8217;appendice di quella tedesca. \u201cLe leve di comando del capitale si concentreranno sempre di pi\u00f9 in Germania e nelle aree centrali dell&#8217;Unione, mentre le periferie dell&#8217;eurozona resteranno popolate da masse inermi di azionisti di minoranza e di lavoratori a basso costo\u201d.<br \/>\nQuesta, in estrema sintesi, \u00e8 la previsione che Brancaccio e Passarella proiettano per il prossimo futuro. Gli si potrebbe tuttavia ribattere che la contrazione dei salari in atto potrebbe permettere al nostro sistema produttivo di recuperare competitivit\u00e0, agganciandosi alla ripresa di qualche grande attore dell&#8217;economia mondiale. Ipotesi destituita di fondamento secondo i nostri autori: in realt\u00e0 al momento il meccanismo di accumulazione del capitale su scala globale \u00e8 inceppato a causa del blocco del motore che lo ha trainato negli ultimi tre decenni, la finanza privata. Alimentata da abbondanti flussi di denaro a buon mercato messi a disposizione dalla Federal Reserve e liberata da \u201clacci e lacciuoli\u201d grazie alla deregulation dei governi conservatori di Ronald Reagan, questa di fatto ha creato reddito, che a sua volta si \u00e8 tradotto nella crescita di investimenti e consumi. In sostanza, la speculazione ha spinto in alto i valori dei titoli di borsa, consentendo alle imprese beneficiate di godere di massicci apporti di liquidit\u00e0 e agli investitori di accrescere i propri guadagni. La ricchezza prodotta in questo modo \u00e8 andata anche a lenire gli scompensi che la societ\u00e0 americana aveva intanto maturato: i salari decrescenti dei lavoratori sono stati integrati dalla stessa finanza privata attraverso l&#8217;ampia concessione di crediti. In questo modo non solo l&#8217;\u201camerican way of life\u201d \u00e8 stato preservato, ma il paese \u00e8 diventato la \u201cspugna\u201d per i grandi produttori mondiali (Cina e Germania, in primis). Quando l&#8217;incanto si \u00e8 rotto, col crack del 2008, gli USA e la finanza privata hanno smesso di svolgere la funzione di traino dell&#8217;economia mondiale e da allora non si \u00e8 trovato altro paese e forza economica in grado di sostituirli. Brancaccio e Passarella non credono che questa funzione possa essere assunta a breve dalla Cina: se quest&#8217;ultima infatti iniziasse a importare pi\u00f9 di quanto non esporti (ribaltando la tendenza di questi anni) perderebbe il costante afflusso di dollari che le consentono di godere di una sostanziale stabilit\u00e0 monetaria. In generale, solo il paese che gode del privilegio di battere la moneta che \u00e8 mezzo di scambio internazionale e deposito di valore, pu\u00f2 far da \u201cspugna\u201d. Ma neanche gli USA sembrano pi\u00f9 intenzionati a svolgere questo ruolo e anzi ambiscono a loro volta a diventare esportatori netti. Ma allora, se tutti vogliono vendere&#8230; chi comprer\u00e0 le merci? Lo scenario che si prospetta \u00e8 inquietante, per alcuni versi analogo a quello che precedette i due conflitti mondiali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Quali vie d&#8217;uscita?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il secondo merito del lavoro di Brancaccio e Passerella \u00e8 senza dubbio la consequenzialit\u00e0 delle proposte messe in campo per evitare la catastrofe. Individuati i limiti e le contraddizioni del meccanismo di sviluppo che ha mosso l&#8217;economia mondiale nell&#8217;ultimo trentennio, essi offrono risposte coerenti con la natura e la portata dei problemi.<br \/>\nDi fronte all&#8217;impasse che si prospetta gli autori riprendono, approfondendola, la proposta di riforma del sistema monetario internazionale avanzata da John Maynard Keynes alla Conferenza di Bretton Woods, nel 1944. L&#8217;obbiettivo cui tendere \u00e8 la creazione di una moneta unica mondiale, che abbia come base sottostante un sistema dei pagamenti programmato per ricomporre gli squilibri di volta in volta emergenti fra paesi esportatori e paesi importatori: in presenza di questi ultimi, i primi dovrebbero essere indotti a espandere la domanda interna \u2013 attraverso incrementi dei salari e della spesa pubblica \u2013 in modo da consentire ai secondi di aumentare le proprie esportazioni. Il paese che contravvenisse a questa norma verrebbe a subire ritorsioni commerciali.<br \/>\nTuttavia, realisticamente, i nostri autori giudicano improbabile che grandi paesi esportatori \u2013 come la Cina \u2013, per quanto interessati alla costruzione di un&#8217;unit\u00e0 monetaria mondiale, potrebbero accettare tale proposta senza l&#8217;impegno da parte del pi\u00f9 ampio mercato del mondo, l&#8217;Unione Europea, ad adottare al suo interno un meccanismo di funzionamento analogo. Detto altrimenti, non ci si pu\u00f2 aspettare che i Cinesi si dispongano a comprare se nel frattempo i Tedeschi non lo fanno \u201ca casa loro\u201d.<br \/>\nVeniamo cos\u00ec al punto chiave della crisi europea. Ci\u00f2 che si \u00e8 detto sopra accennando alla \u201cgermanizzazione\u201d del continente \u00e8 l&#8217;esito dello squilibrio fondamentale che caratterizza l&#8217;eurozona sin dalla sua nascita. In breve, facendo leva su un superiore grado di organizzazione e concentrazione dei capitali e su una dinamica del costo del lavoro bloccata da inizio del secolo, la Germania e gli altri paesi \u201ccentrali\u201d hanno trovato nell&#8217;integrazione economica europea un&#8217;opportunit\u00e0 unica per conquistare i mercati dei paesi dell&#8217;Europa mediterranea \u2013 e della \u201cperiferia\u201d europea in generale. Ne \u00e8 derivato un progressivo miglioramento dell&#8217;attivo commerciale per i primi e un peggioramento del passivo per i secondi. Questo squilibrio fondamentale \u00e8 diventato deflagrante quando, esplosa la crisi finanziaria, gli stessi speculatori che fino a quel momento avevano tratto profitti dalle successive bolle di Wall Street, hanno trovato interessante scommettere sulla fuoriuscita dall&#8217;Euro dei paesi periferici d&#8217;Europa. La correlazione fra questa eventualit\u00e0 e lo squilibrio commerciale cui si \u00e8 appena accennato \u00e8 evidente: una svalutazione, almeno nel breve periodo, incentiva le esportazioni e si disincentiva le importazioni. In quest&#8217;ottica la speculazione sui titoli pubblici di questi paesi anticipa un evento che, dato il quadro attuale, appare inevitabile. Ecco spiegata \u2013 senza ricorrere a risibili complottismi e rigettando la vulgata corrente che vorrebbe farla dipendere dal deficit dei bilanci pubblici degli Stati \u2013 la dinamica del famigerato spread.<br \/>\nPer arrestare la corsa verso il baratro dunque l&#8217;Unione Europea dovrebbe strutturarsi su parametri del tutto nuovi rispetto a quelli vigenti dall&#8217;approvazione dei Trattati di Maastricht. Al fine di colmare il suo squilibrio commerciale Brancaccio e Passarella propongono uno \u201cstandard retributivo europeo\u201d. Se in questi anni la Germania e gli altri paesi centrali hanno maturato una contrazione del rapporto fra salari reali e produttivit\u00e0 che gli ha permesso di accrescere la propria competitivit\u00e0 sul mercato unico e di accumulare crescenti surplus commerciali, a partire dall&#8217;introduzione dello \u201cstandard retributivo\u201d essi sarebbero tenuti a innalzare i rispettivi salari nominali in modo da portare il rapporto salari reali\/produttivit\u00e0 al livello di quello vigente nei paesi periferici, in modo da sollecitare le esportazioni di questi ultimi e dunque l&#8217;allineamento delle rispettive bilance commerciali. Chi non operasse in coerenza con questa clausola sarebbe tenuto a pagare una sanzione. Il grande merito di questa proposta sarebbe quello di fare l&#8217;interesse di tutti i lavoratori europei \u2013 che vedrebbero i rispettivi redditi crescere \u2013 a differenza di quanto accade oggi, con le misure d&#8217;austerit\u00e0 che mirano ad abbattere le retribuzioni dei lavoratori delle periferie.<br \/>\nLo standard retributivo permetterebbe di rimediare agli squilibri che al momento minacciano la sopravvivenza dell&#8217;Unione, ma non basterebbe a riavviare un duraturo processo di sviluppo a livello continentale \u2013 e men che meno mondiale. Esso costituirebbe un (indispensabile) fattore di redistribuzione fra paesi (da quelli centrali a quelli periferici) e gruppi sociali (dai percettori di profitti a quelli di salari e stipendi). Il punto resta sempre quello di avviare un nuovo motore per la crescita. A questo proposito i nostri autori individuano nella spesa pubblica in deficit la sola alternativa alla finanza privata. Ci\u00f2 richiederebbe, in primo luogo, una drastica riforma dell&#8217;autorit\u00e0 monetaria (la BCE), che dovrebbe essere condotta alla funzione di \u201cprestatore di ultima istanza\u201d, cio\u00e8 di fornitore (potenzialmente illimitato) di risorse agli Stati. In questo quadro la proposta degli Eurobond, che potrebbero essere acquistati direttamente dalla BCE, si configurerebbe come un prezioso strumento per finanziare l&#8217;espansione della spesa pubblica.<br \/>\nTuttavia, avvertono Brancaccio e Passarella, occorre prendere precauzioni rispetto all&#8217;eventualit\u00e0 che la ripresa della domanda sollecitata dalla spesa pubblica costituisca un nuovo volano per la finanza privata. Se cos\u00ec fosse presto o tardi si cadrebbe nelle stesse contraddizioni che hanno caratterizzato il trentennio appena trascorso \u2013 e quindi in una nuova e pi\u00f9 terribile crisi. Per scongiurare tale esito occorre quindi che sia l&#8217;intervento pubblico che la politica monetaria assumano particolari caratteristiche. In primo luogo, l&#8217;intervento pubblico dovrebbe presentare elementi di pianificazione: individuare cio\u00e8 tutta una serie di settori che la dinamica dei prezzi, orientata dal profitto privato, tende a relegare ai margini delle strategie d&#8217;investimento \u2013 e che tuttavia soddisfano bisogni sociali fondamentali \u2013 e l\u00ec concentrare la spesa, in modo da fornire alla societ\u00e0 e al sistema economico non un semplice input finanziario, ma mezzi di produzione, beni e servizi che ne irrobustiscano la struttura. D&#8217;altra parte, l&#8217;autorit\u00e0 monetaria dovrebbe svolgere una funzione di \u201crepressione dei mercati finanziari\u201d, attraverso una politica del credito selettiva (che privilegi il finanziamento della spesa pubblica sulle operazioni del tipo di quella recentemente messa in atto dalla BCE con il prestito massiccio alle banche per aiutarle a \u201cripulire i rispettivi bilanci\u201d e a sostenere i titoli pubblici dei paesi sotto attacco speculativo) e forti restringimenti alla libert\u00e0 di movimento dei capitali \u2013 in modo da inibire la speculazione e le delocalizzazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Un \u201cpiano B\u201d per i paesi periferici<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Brancaccio e Passerella tuttavia si rendono bene conto che tali proposte, per quanto adeguate in linea di principio, sono destinate a scontrarsi con la logica ferrea degli interessi. Il terzo fondamentale merito del libro \u00e8 dunque la prova di realismo politico che gli autori offrono a quanti, soprattutto a sinistra, sono soliti dar sfoggio di belle intenzioni e nobili auspici, destinati per\u00f2 a infrangersi alla prova dei fatti.<br \/>\nL&#8217;ostacolo principale che il progetto di riforma dell&#8217;Unione Europea propugnato dai nostri autori incontra \u00e8 naturalmente l&#8217;interesse della Germania e degli altri paesi centrali. Questi nell&#8217;immediato sarebbero certo danneggiati dall&#8217;eventuale fuoriuscita dall&#8217;Euro dei paesi periferici, ma il calcolo costi\/benefici che le classi dirigenti di quegli Stati stanno elaborando guarda anche agli esiti successivi di quell&#8217;evento. In particolare esso prospetta l&#8217;opportunit\u00e0 di assoggettare ai capitali tedeschi i sistemi economici delle periferie \u2013 la \u201cgermanizzazione\u201d di cui si \u00e8 detto sopra. In questo modo la Germania \u2013 e il Nord Europa in generale \u2013 diventerebbe una poderosa \u201cmacchina da guerra\u201d in grado di dominare i mercati internazionali \u2013 con prospettive di certo non rassicuranti. Di contro, la povert\u00e0 delle periferie verrebbe gestita prevalentemente come un problema di \u201cordine pubblico\u201d \u2013 gli autori rilevano che gli indicatori statistici segnalano una pericolosa corrispondenza fra regressione socio-economica dei paesi e restringimento, all&#8217;interno di essi, delle libert\u00e0 politiche e civili.<br \/>\nA questo punto occorre agire in maniera dialettica. Se si vuol portare i Tedeschi a pi\u00f9 miti consigli occorre paventare la possibilit\u00e0 che, fuoriuscendo dall&#8217;Euro, i paesi periferici escano anche dal mercato unico, imponendo rigidi controlli ai movimenti di capitali e, al limite, di merci. In questo modo si farebbe presa su quanti, nella stessa Germania, individuano nei mercati della periferia europea altrettanti sbocchi per le proprie merci e, in particolare, per i propri capitali. A questo proposito dovrebbe indurre a riflettere la recente dichiarazione \u2013 riportata da Brancaccio e Passarella \u2013 di Anton B\u00f6rner, il presidente dell&#8217;associazione degli esportatori tedeschi: \u201cLa Germania pu\u00f2 senz&#8217;altro vivere senza l&#8217;Euro, a patto che il mercato resti libero\u201d.<br \/>\nLa \u201cminaccia\u201d oltretutto, qualora per via dell&#8217;evolvere degli eventi dovesse tradursi in realt\u00e0, consentirebbe di ottenere effetti pratici auspicabili. In primo luogo, il controllo sui movimenti dei capitali \u2013 unita all&#8217;azione di una banca centrale tornata sovrana, cio\u00e8 in grado di espandere indefinitamente l&#8217;offerta monetaria acquistando gli stessi titoli pubblici \u2013 ostacolerebbe la corsa al rialzo dei tassi d&#8217;interesse che inevitabilmente una svalutazione implica. In sostanza, si ostacolerebbero le fughe di capitali e le \u201ccorse agli sportelli\u201d che si verificano in questi casi. In secondo luogo, il paese a quel punto potrebbe gestire con pi\u00f9 ampi margini di manovra \u2013 senza cio\u00e8 l&#8217;ossessione di oneri crescenti sul debito \u2013 il problema della svalutazione dei redditi da lavoro, promuovendo magari misure di redistribuzione e di ripresa dell&#8217;occupazione attivate dalla spesa pubblica. Resterebbe il problema \u2013 tutt&#8217;altro che trascurabile \u2013 del deficit commerciale, che potrebbe erodere gli sforzi della banca centrale attivando una spirale inflazionistica. E&#8217; per questo che gli autori propongono alle autorit\u00e0 politiche di tralasciare nell&#8217;immediato l&#8217;obbiettivo del recupero del deficit di bilancio per concentrarsi su quello dell&#8217;annullamento del deficit commerciale. Andrebbero varate da subito politiche industriali concentrate in particolare nei settori in cui il nostro paese fa registrare pi\u00f9 ampi deficit (energia e agroalimentare) e volte a promuovere una maggiore concentrazione e organizzazione dei capitali nazionali \u2013 superando in sostanza il modello del \u201cpiccolo \u00e8 bello\u201d \u2013 per innalzare i livelli di produttivit\u00e0 e migliorare, di conseguenza, la competitivit\u00e0 del nostro sistema produttivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u201cTu da che parti stai?\u201d<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quanto riportato fin qui \u00e8 semplicemente una ricostruzione del tessuto logico de \u201cL&#8217;austerit\u00e0 \u00e8 di destra\u201d. Si \u00e8 volutamente adottato questo schema per porre in evidenza la linearit\u00e0 quasi cartesiana che struttura l&#8217;argomentazione di Brancaccio e Passarella. Ma nel corso dell&#8217;opera \u2013 e in ci\u00f2 consiste il quarto merito del libro \u2013 gli autori affrontano e dissolvono in maniera implacabile tutta una serie di ingenuit\u00e0 e contraddizioni logiche che permeano il senso comune corrente, in particolare a sinistra. All&#8217;apparenza si tratta anche in questo caso di un&#8217;operazione degna di Cartesio, ma la prospettiva di metodo dei nostri autori non punta semplicemente a individuare una verit\u00e0 astratta, bens\u00ec a strutturare una visione del mondo a partire dalla posizione e dagli interessi dei soggetti subalterni negli attuali rapporti di forza fra gruppi sociali e paesi. Siamo dunque a Gramsci e alla ricerca di un pensiero egemonico che possa farsi leva di un progetto politico al quale dovrebbe guardare con massimo interesse chi intenda seriamente rilevare \u2013 e rivitalizzare \u2013 l&#8217;eredit\u00e0 del movimento operaio novecentesco.<br \/>\nTutte le questioni fondamentali del dibattito socio-economico corrente vengono lette e risolte a partire da questa lente.<br \/>\n<em> E&#8217; legittimo che i paesi creditori impongano ai debitori \u201clacrime e sangue\u201d?<\/em> No, perch\u00e9 ci\u00f2 accresce gli squilibri e porta al dominio dei primi sui secondi, ponendo un&#8217;ipoteca sull&#8217;Unione Europea e sulla stabilit\u00e0 mondiale. Occorre piuttosto stabilire un \u201cpunto di vista del debitore\u201d, riassunto nella proposta dello \u201cstandard retributivo europeo\u201d, in base al quale i primi scontino il fatto di essere cresciuti sostanzialmente grazie all&#8217;indebitamento dei secondi. Da questo punto di vista le mistificazioni che tendono a ridurre i bilanci degli Stati alla stregua di bilanci familiari vanno rigettate non solo come palesi falsit\u00e0, ma come armi ideologiche che mirano a confondere le menti.<br \/>\n<em> E&#8217; giusto difendere acriticamente la libera circolazione di merci e capitali?<\/em> No, se questo implica una serie di conseguenze nefaste: la delocalizzazione e la \u201cgermanizzazione\u201d dell&#8217;economia europea in primis. Occorre usare anche lo strumento del controllo sui capitali e del protezionismo se questo va nel senso di un riequilibrio del rapporto fra paesi e gruppi sociali \u2013 o comunque tutela i soggetti pi\u00f9 deboli \u2013, sfidando senza timore il conformismo di quanti continuano a immaginare l&#8217;Europa come l&#8217;Eden in cui leone e agnello possano dormire accanto in pace. In questo stesso discorso rientra la questione della \u201cfuoriuscita dall\u2019Euro\u201d: si tratta di un esito che diventa sempre pi\u00f9 probabile, per cui a un certo punto \u2013 se la Germania non dovesse accettare una riforma dell\u2019Unione \u2013 occorrer\u00e0 porsi il problema di \u201ccome\u201d abbandonare la moneta unica, se privilegiando i soli interessi delle imprese esportatrici o tutelando i lavoratori e la funzione dello Stato. Su questo terreno la sinistra potrebbe essere costretta a giocare a breve una partita decisiva per la sua stessa sopravvivenza.<br \/>\n<em> E&#8217; sensato demonizzare l&#8217;intervento pubblico come latore di inefficienze e sprechi o come precursore della soppressione delle libert\u00e0 civili e politiche?<\/em> No, dal momento che si \u00e8 dimostrata molto pi\u00f9 inefficiente e \u201csprecona\u201d la finanza privata in questi anni, alimentando la crescita smisurata di certi settori (si pensi all&#8217;edilizia privata) presso i quali ora invece capacit\u00e0 produttive, manodopera, competenze tecniche e scientifiche languono inutilizzate. E&#8217; urgente dunque pensare a una nuova intraprendenza economica dello Stato, che si traduca in una pianificazione degli investimenti che privilegi i settori in cui le forze di mercato latitano e che la comunit\u00e0 considera invece strategici per il proprio sviluppo. Da questo punto di vista \u00e8 indispensabile, a sinistra, \u201crielaborare il lutto sovietico\u201d, cio\u00e8 considerare quell&#8217;esperienza per quel che \u00e8 stata: un tentativo circoscritto e parziale di sperimentare un diverso sistema economico alternativo a quello capitalistico; in questo modo se ne potrebbero recuperare gli elementi positivi e cogliere fino in fondo la radice degli orrori. Ma il senso di colpa per l&#8217;URSS va affrontato soprattutto nelle sue conseguenze sul presente. Pur di rimuovere l&#8217;ingombrante spettro dello Stato \u2013 che il senso comune vuole responsabile ultimo della \u201ctragedia sovietica\u201d \u2013 una parte del movimento ha inventato una dimensione terza rispetto al pubblico e al privato, il \u201ccomune\u201d. Si tratta essenzialmente di una astrazione e universalizzazione del concetto molto concreto \u2013 e dunque altrettanto circoscritto a realt\u00e0 particolari \u2013 di \u201cbeni comuni\u201d: sostanzialmente una formula retorica, suggestiva nella sua forza simbolica, ma di fatto inconsistente nelle sue implicazioni reali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In conclusione, \u201cL&#8217;austerit\u00e0 \u00e8 di destra\u201d \u00e8 un primo fondamentale passo lungo un percorso di autonomia di pensiero e d&#8217;azione dei soggetti sociali attualmente subalterni e delle forze politiche seriamente interessate a un processo di trasformazione dell&#8217;esistente. L&#8217;opera di Brancaccio e Passarella \u00e8 una sveglia per gli intelletti impigriti dalla propaganda liberista e dalla facile retorica di certa sinistra; \u00e8 una lezione di metodo valida soprattutto per i giovani che vogliano mettere a frutto \u2013 e non dissipare \u2013 la vivacit\u00e0 delle proprie menti. Sarebbe da auspicare che questo libro circolasse e venisse letto e discusso in tutte le sedi di riflessione e di azione politica: sezioni di partito, centri sociali, associazioni ecc.; che fosse nello zaino o nella borsa di ogni militante. A partire da qui si potrebbe iniziare a costruire una coscienza collettiva che fosse il preludio di una nuova soggettivit\u00e0 concretamente rivoluzionaria. Brancaccio e Passerella ci hanno fornito il \u201cla\u201d, ora tocca a noi metterci a suonare.<\/p>\n<div id=\"wp_fb_like_button\" style=\"margin: 0; float: none\"><iframe src=\"http:\/\/www.facebook.com\/plugins\/like.php?href=http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/?p=5943&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;width=450&amp;height=30\" scrolling=\"no\" frameborder=\"0\" allowTransparency=\"true\" style=\"border:none; overflow:hidden; width: 450px; height: 30px;\"><\/iframe><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Salvatore Romeo (&#8217;84) \u201cL&#8217;austerit\u00e0 \u00e8 di destra. E sta distruggendo l&#8217;Europa\u201d (Il Saggiatore, pp. 152) \u00e8 un&#8217;agile, chiara e al contempo densissima sintesi di un&#8217;elaborazione di pensiero che i due autori, Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, conducono gi\u00e0 da qualche anno. 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