{"id":6237,"date":"2012-02-13T00:02:42","date_gmt":"2012-02-12T22:02:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.siderlandia.it\/?p=6237"},"modified":"2012-10-11T01:09:33","modified_gmt":"2012-10-10T23:09:33","slug":"oltre-il-mito-della-vertenza-taranto","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/?p=6237","title":{"rendered":"Oltre il mito della &#8220;vertenza Taranto&#8221;"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-3699\" src=\"http:\/\/www.siderlandia.it\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/vertenza-300x224.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"224\" srcset=\"http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/vertenza-300x224.jpg 300w, http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/vertenza-1024x768.jpg 1024w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">di <strong><em>Salvatore Romeo (&#8217;84)<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I quotidiani dell&#8217;ultima settimana ci hanno raccontato del viaggio che il sindaco Stef\u00e0no e il presidente della provincia Florido hanno computo alla volta di Roma. Obbiettivo della trasferta aprire una nuova \u201cvertenza Taranto\u201d che avesse al centro il risanamento ambientale del territorio e il suo sviluppo. Prescindendo dagli esiti dei colloqui avuti con esponenti del governo \u2013 a dire il vero pare che i due siano stati ricevuti soltanto dal capo di gabinetto del Ministero per lo Sviluppo Economico \u2013 \u00e8 interessante soffermarsi sulle intenzioni della visita.<!--more--> Cio\u00e8 a dire sulla forma e sul contenuto che i rappresentanti della nostra comunit\u00e0 avrebbero voluto darle.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Partiamo dall&#8217;espressione che \u00e8 stata utilizzata per definire l&#8217;incontro col governo: \u201cvertenza Taranto\u201d. Il richiamo esplicito \u00e8 all&#8217;esperienza che fu fatta nella seconda met\u00e0 degli anni &#8217;70. La conclusione dei lavori di \u201craddoppio\u201d dello stabilimento siderurgico pose il problema della \u201cdisoccupazione di ritorno\u201d, che riguardava almeno 6.300 unit\u00e0 impiegate fino a quel momento dalle aziende appaltatrici che avevano contribuito all&#8217;ampliamento della struttura del centro. Per ottenere un collocamento stabile a tutti i lavoratori in questione i sindacati avviarono appunto la cosiddetta \u201cvertenza Taranto\u201d, destinata a protrarsi per diversi anni. Sostenuta dalla giunta di sinistra insediatasi nel 1976 \u2013 sindaco Giuseppe Cannata \u2013 la trattativa col governo e con l&#8217;azienda impose alla stessa Italsider di assumere direttamente parte del personale in esubero e di affidare alle imprese presso le quali restavano inquadrate le restanti unit\u00e0 nuovi lavori di manutenzione. Ne derivarono conseguenze abbastanza pesanti per l&#8217;Italsider: in una fase in cui, complice la crisi che si era manifestata a partire dal 1974 a seguito dello <em>shock <\/em><em>petrolifero<\/em>, lo stabilimento marciava al 70-75% della sua capacit\u00e0 produttiva, il numero degli occupati diretti dello stabilimento aument\u00f2 pi\u00f9 del doppio \u2013 passando da 9 mila a circa 21 mila \u2013, mentre le spese per prestazioni di terzi (appalti) nell&#8217;intero complesso Italsider crebbero \u2013 soprattutto a causa della politica di espansione dell&#8217;indotto realizzata a Taranto \u2013 del 206% fra 1975 e \u201980, passando dal 7 al 10% del fatturato netto. Si tenga conto che tutto ci\u00f2 avvenne nel corso di quella che pu\u00f2 essere considerata la fase pi\u00f9 delicata per un impianto industriale di quella vastit\u00e0: l&#8217;avviamento. Taranto, che fino a quel momento aveva trainato la siderurgia pubblica \u2013 oberata del peso di stabilimenti ormai antiquati come Bagnoli o segnati da profondi limiti strutturali come Cornigliano \u2013, inizi\u00f2 a sua volta a produrre perdite, trascinando il gruppo di cui era parte verso la catastrofe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma non \u00e8 soltanto agli esiti per l&#8217;azienda che si deve guardare nel tentativo di esprimere un giudizio sulla \u201cvertenza Taranto\u201d. Ci\u00f2 che salta agli occhi ad un&#8217;analisi retrospettiva \u00e8 l&#8217;incapacit\u00e0 della comunit\u00e0 e del governo di immaginare una soluzione al grave problema della disoccupazione di ritorno basata su una diversificazione produttiva. Serie a questo proposito le responsabilit\u00e0 della sinistra sindacale e politica. Si pu\u00f2 ipotizzare che si sia consolidata allora quella visione che ancora oggi assegna al polo siderurgico un&#8217;importanza cruciale per l&#8217;economa e la societ\u00e0 locali. Una visione miope, che non tiene conto di due elementi fondamentali: l&#8217;elaborazione teorica che contribu\u00ec a portare la siderurgia a Taranto e il rapporto che questa ha invece sempre intrattenuto con le grandi aziende nazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si pu\u00f2 dire che nell&#8217;elaborazione stessa del siderurgico meridionale vi fosse un \u201cequivoco\u201d di fondo: esso fu proposto in prima battuta da uno dei pi\u00f9 autorevoli esponenti del cosiddetto \u201cnuovo meridionalismo\u201d, Pasquale Saraceno, fra i fondatori della SVIMEZ. Per Saraceno \u2013 che scrive dell&#8217;opportunit\u00e0 di realizzare un centro siderurgico al Sud gi\u00e0 nel 1956 \u2013 quel progetto avrebbe dovuto essere propulsore della nascita di un sistema industriale locale, esteso alle provincie limitrofe e in grado di interagire con iniziative che nel frattempo sarebbero sorte in altre aree del Mezzogiorno. Il progetto incontr\u00f2 soprattutto l&#8217;opposizione della Confindustria e, in un primo momento, del gruppo siderurgico pubblico, la Finsider. Quest&#8217;ultimo si persuase dell&#8217;opportunit\u00e0 di realizzare Taranto solo quando uno dei suoi pi\u00f9 brillanti dirigenti, Mario Marchesi (che sarebbe diventato di l\u00ec a qualche anno presidente della principale azienda del gruppo, l&#8217;Italsider), pens\u00f2 che la produzione del nuovo centro avrebbe potuto comunque alimentare la produzione delle unit\u00e0 gi\u00e0 presenti al Nord, on prossimit\u00e0 dei principali mercati di sbocco (Cornigliano soprattutto, cui si sarebbe aggiunto il potente laminatoio di Novi Ligure a partire dai primissimi anni &#8217;60). A questo punto per\u00f2 l&#8217;indirizzo di Taranto cambiava drasticamente: non pi\u00f9 vettore per lo sviluppo locale, ma strumento della strategia industriale dell&#8217;Italsider, interessata soprattutto a soddisfare l&#8217;intensa domanda delle produzioni di autoveicoli ed elettrodomestici delle regioni del Nord (erano gli anni del <em>boom <\/em>economico e d&#8217;altra parte la FIAT aveva attivo sin dal &#8217;52 un contratto di fornitura privilegiata con lo stabilimento di Cornigliano). Negli anni a venire questa direttrice sarebbe stata perseguita con coerenza, al punto che dal 2005, con la chiusura dell&#8217;area a caldo e la ristrutturazione degli impianti di laminazione a freddo di Cornigliano, Taranto \u00e8 diventato il solo produttore italiano di laminati piani in grandi volumi, strettamente integrato col centro genovese e con quello di Novi. Quanto ai tentativi di realizzare, in loco, a valle dello stabilimento attivit\u00e0 di trasformazione dei suoi prodotti, a parte qualche progetto rimasto per\u00f2 sulla carta (il pi\u00f9 interessante uno studio commissionato dalla CEE all&#8217;Italconsult agli inizi degli anni &#8217;60 per la realizzazione di un \u201ctriangolo industriale\u201d avente come poli Taranto, Bari e Brindisi), nulla si \u00e8 visto: il consumatore pi\u00f9 vicino dei suoi prodotti \u00e8 rimasto, dagli anni &#8217;70, lo stabilimento (prima Alfa Sud, poi FIAT) di Pomigliano d&#8217;Arco. In definitiva, lo stabilimento siderurgico \u00e8 localizzato a Taranto, ma non si pu\u00f2 certo dire che sia integrato nella struttura industriale locale. Resta persino difficile immaginare una struttura integrata per l&#8217;industria locale, ma di questo diremo in seguito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il non aver colto questo elemento ha forse contribuito alla crisi che si \u00e8 abbattuta sulla sinistra jonica dal momento in cui divenne indispensabile la razionalizzazione del siderurgico. Questo \u00e8 stato un processo lungo e tortuoso, svoltosi nel corso di tutti gli anni &#8217;80. La manodopera impiegata direttamente dal centro \u00e8 stata ridotta drasticamente, al punto che nel 1995, alla vigilia della privatizzazione, gli addetti assommavano a circa 12 mila unit\u00e0. Una evoluzione che ha letteralmente tolto la terra da sotto i piedi alle forze politiche e sindacali che fino a quel momento si erano identificate col movimento operaio, creando una voragine da cui sono emersi fenomeni inquietanti \u2013 su tutti il citismo. Risulta infatti ancora tutto da spiegare il brusco capovolgimento di fronte che vide interi quartieri che avevano assegnato alle forze di sinistra (e al PCI in particolare) maggioranze bulgare convertirsi al verbo del Masaniello dei due mari. Nel \u201cbrodo di coltura\u201d che consent\u00ec l&#8217;affermarsi di quella tendenza politica \u2013 la cui cifra era il desiderio di dissolvere il sistema di mediazioni sociali consolidatosi fino a quel momento \u2013 quanto ha contato il \u201crisentimento\u201d dei cassintegrati o dei prepensionati Italsider, improvvisamente marginalizzati e declassati, o dei loro figli, cui veniva definitivamente precluso quello sbocco lavorativo dato fino ad allora come quasi certo?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma nonostante le lezioni della storia, come dimostra la stessa citazione di Stef\u00e0no e Florido, la \u201cvertenza Taranto\u201d resta un mito della sinistra jonica. Il che dimostra quanto questa sia ancora subalterna al paradigma che quell&#8217;espressione richiama \u2013 sebbene nell&#8217;accezione corrente esso risulti ribaltato: abbiamo infatti un \u201cindustrialismo senza movimento operaio\u201d, mentre negli anni &#8217;70 l&#8217;industrialismo era un mezzo per la creazione di un forte movimento operaio. Eppure, potrebbe far notare chiunque abbia letto il documento che il sindaco e il presidente \u2013 sentita la \u201cConsulta per lo sviluppo\u201d (organo che riunisce le associazioni sindacali e datoriali della provincia) \u2013 hanno sottoposto al governo, in quel testo di tutto si parla meno che di industria. Ed in effetti \u00e8 cos\u00ec: i punti esposti sono gli stessi che da qualche tempo rimbalzano nel dibattito politico locale: in primo luogo le sacrosante bonifiche delle aree SIN (sito di interesse nazionale) \u2013 la cui istituzione risale al 1999 \u2013; in seguito, infrastrutture \u2013 con la realizzazione di una grande piastra logistica (porto) integrata a valle con opere di trattamento e smistamento \u2013; e, infine, valorizzazione di pesca e turismo. Ci sia consentito dire che, prescindendo dal primissimo punto, la visione dello sviluppo locale che Stef\u00e0no e Florido dimostrano \u00e8 \u201cda anni &#8217;50\u201d. O meglio, da moderatismo anni &#8217;50. Allora erano proprio Confindustria e le componenti pi\u00f9 conservatrici del quadro politico a sostenere, di fronte a quanti (fra gli altri il gi\u00e0 citato Saraceno) richiamavano l&#8217;urgenza di un intervento pubblico nel Sud maggiormente orientato verso le attivit\u00e0 produttive, che per quelle regioni bastava l&#8217;opera di infrastrutturazone portata avanti dalla Cassa del Mezzogiorno e che, al pi\u00f9, i meridionali avrebbero dovuto sviluppare le proprie \u201cvocazioni\u201d: agricoltura e turismo, appunto. Ma la critica che si deve muovere alle posizioni espresse da sindaco e presidente \u2013 e con loro da una parte significativa delle classi dirigenti locali \u2013 non \u00e8 tanto di \u201ctradimento della propria storia\u201d (non \u00e8 il primo, non sar\u00e0 l&#8217;ultimo), ma di insipienza delle ragioni del declino economico della nostra provincia. Di questo ho gi\u00e0 scritto diffusamente in <a href=\"http:\/\/www.siderlandia.it\/?p=2950\">un&#8217;altra occasione<\/a>, per cui mi limiter\u00f2 a segnalare che sindaco, presidente e notabili locali sembrano ignorare che la provincia di Taranto vive da diversi anni un declino industriale che riguarda i comparti manifatturieri cosiddetti \u201ctradizionali\u201d e, in essi, le piccole e medie imprese in particolare. A ben vedere questa crisi precede lo scoppio della bolla che ha affossato le economie pi\u00f9 avanzate ed ha una ragione pi\u00f9 profonda: la concorrenza che i paesi emergenti hanno portato in quei settori. Concorrenza difficilissima da contrastare, dal momento che si tratta di comparti ad alta intensit\u00e0 di lavoro, presso i quali ha dunque un peso decisivo il basso costo della manodopera vigente nei paesi di pi\u00f9 recente industrializzazione. Questo arretramento sta aggravando il dualismo che \u201cda sempre\u201d caratterizza il tessuto produttivo della nostra provincia: se da una parte si manifesta una desertificazione in settori come il tessile, l&#8217;industria del mobile e quella delle confezioni, dall&#8217;altra le grandi imprese sono le sole a poter affrontare la difficile congiuntura con investimenti di ampia portata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla luce di queste evidenze le proposte estese da Stef\u00e0no e Florido non sono semplicemente deludenti, ma persino controproducenti: nella misura in cui crescer\u00e0 la capacit\u00e0 di stockaggio del porto tanto pi\u00f9 la nostra provincia si aprir\u00e0 alla concorrenza internazionale, con conseguenze imprevedibilmente gravi per le sue produzioni. Ma non solo: quelle proposte, omettendo il problema della ricostruzione del tessuto industriale locale, sembrano alludere al fatto che la sola industria possibile a Taranto e dintorni sia quella portata dai grandi gruppi (si tratti di ILVA, ENI, Cementir, Vestas o Alenia-Finmeccanica). Visione perfettamente coerente con il paradigma insito nella \u201cvertenza Taranto\u201d: non pu\u00f2 esistere nessuna iniziativa che promuova diversificazione rispetto al quadro produttivo corrente. A meno che non si voglia spacciare come \u201cdiversificazione\u201d il recupero di pesca e turismo. Ma con tutto il rispetto per i non pochi \u201cbucolici\u201d che affollano la nostra opinione pubblica \u2013 la cui influenza a quanto pare \u00e8 arrivata a condizionare persino le due massime autorit\u00e0 politiche locali \u2013, dovrebbe essere chiaro che stiamo parlando di comparti a basso valore aggiunto, con capacit\u00e0 di assorbimento di manodopera quanto mai limitate e \u2013 quel che \u00e8 peggio \u2013 con una domanda di addetti scarsamente qualificati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Piuttosto in questi giorni gira in rete l&#8217;esempio di Pittsburgh \u2013 ne ha parlato lo stesso prof. Marescotti in una lezione tenuta qualche giorno fa all&#8217;Istituto Liside. Bene ha fatto Vincenzo Vestita a segnalare le differenze profonde con la situazione di Taranto, ma una cosa quell&#8217;esempio segnala: le diversificazioni (e, ancor pi\u00f9, le riconversioni) per avere successo devono essere fatte seguendo verso l&#8217;alto la catena del valore aggiunto, promuovendo iniziative nei settori pi\u00f9 avanzati, ad elevato contenuto tecnologico, in grado di creare buona occupazione. Altrimenti si chiamano in un altro modo: de-industrializzazioni. Su questo dovrebbero riflettere autorit\u00e0, organizzazioni sociali, parti politiche e \u201ccittadini attivi\u201d. Uscire dal paradigma della \u201cvertenza Taranto\u201d diventa a questo scopo indispensabile, soprattutto per chi voglia seriamente costruire un&#8217;alternativa allo stato di cose presente.<\/p>\n<div id=\"wp_fb_like_button\" style=\"margin: 0; float: none\"><iframe src=\"http:\/\/www.facebook.com\/plugins\/like.php?href=http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/?p=6237&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;width=450&amp;height=30\" scrolling=\"no\" frameborder=\"0\" allowTransparency=\"true\" style=\"border:none; overflow:hidden; width: 450px; height: 30px;\"><\/iframe><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Salvatore Romeo (&#8217;84) I quotidiani dell&#8217;ultima settimana ci hanno raccontato del viaggio che il sindaco Stef\u00e0no e il presidente della provincia Florido hanno computo alla volta di Roma. 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