{"id":6694,"date":"2011-05-31T00:03:34","date_gmt":"2011-05-30T22:03:34","guid":{"rendered":"http:\/\/www.siderlandia.it\/?p=6694"},"modified":"2012-10-12T16:13:13","modified_gmt":"2012-10-12T14:13:13","slug":"la-storia-ad-uso-e-consumo-di-confindustria-2","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/?p=6694","title":{"rendered":"La storia ad uso e consumo di Confindustria"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: left;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-2376\" src=\"http:\/\/www.siderlandia.it\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/divittorio1-277x300.jpg\" alt=\"\" width=\"277\" height=\"300\" srcset=\"http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/divittorio1-277x300.jpg 277w, http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/divittorio1.jpg 337w\" sizes=\"(max-width: 277px) 100vw, 277px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">di <strong><em>Roberto Polidori<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Sole 24 Ore fa lo scoop: in fondo Giuseppe Di Vittorio era liberista!!! Nessun quotidiano nazionale si \u00e8 reso conto che Venerd\u00ec 27 Maggio 2011 \u00e8 stata una data storica perch\u00e8 ha sancito che il padre fondatore del sindacato CGIL aveva varato il Piano del Lavoro del Febbraio 1950 chiedendo ulteriori sacrifici ad operai e braccianti agricoli per permettere all\u2019Italia il colpo di reni sul sentiero della crescita e del successo. Applausi convinti da parte di CISL, UIL e UGL. Sgomento tra i quadri direttivi CGIL: \u201cMa come? Ma allora, se persino Di Vittorio disse una cosa del genere, dobbiamo rassegnarci, rinunciare ai nostri residui diritti ed incamminarci fiduciosi sul sentiero delle liberalizzazioni e della flessibilit\u00e0! Allora hanno ragione i numerosi \u201ccompagni di viaggio\u201d che hanno stretto forti legami con i colleghi di CiSL e UIL !\u201d.<!--more--><br \/>\nIL 26 Maggio Confindustria ha tenuto la sua Assemblea Annuale di fronte alla platea di industriali e politici con una vistosa assenza, quella di Berlusconi, il cui programma \u2013 come invece giur\u00f2 a D\u2019Amato nell\u2019Assemblea del 2001 &#8211; non \u00e8 stato evidentemente quello degli iscritti alla potente associazione di industriali: questo imprenditore non ha liberalizzato quanto avrebbe dovuto \u2013 e meno male: l\u2019Italia \u00e8 ormai un paese senza industria primaria pubblica \u2013, non ha deregolamentato quanto sarebbe stato necessario \u2013 nonostante il falso in bilancio sia legge ed ISTAT ed FMI quantifichino ormai l\u2019evasione fiscale imponibile in Italia in 250 MLD di euro annuali -, non ha \u201cflessibilizzato\u201d quanto preconizzato per ridurre la disoccupazione &#8211; ed infatti in data 23 Maggio il Direttore dell\u2019ISTAT Giovannini, alla presenza del Presidente Napolitano, ha detto nel Rapporto Annuale Istat 2010 che:\u201d I giovani e le donne hanno pagato in misura pi\u00f9 elevata la crisi, con prospettive sempre pi\u00f9 incerte di rientro sul mercato del lavoro, le quali ampliano ulteriormente il divario tra le loro aspirazioni, testimoniate da un pi\u00f9 alto livello di istruzione, e le opportunit\u00e0. Una quota sempre pi\u00f9 alta di giovani scivola, non solo nel Mezzogiorno, verso l\u2019inattivit\u00e0 prolungata, vissuta il pi\u00f9 delle volte nella famiglia di origine, e verso bassi livelli di integrazione sociale, soprattutto per quelli appartenenti alle classi sociali meno agiate\u201d.<br \/>\nMa per la Marcegaglia i colpevoli di questo declino decennale del paese \u2013 il decennio \u201cperso\u201d &#8211; sono essenzialmente due: un governo non sufficientemente liberista ed un sindacato in particolare, la CGIL, che ha ostacolato il processo di incremento di flessibilit\u00e0 dei rapporti di lavoro. Due considerazioni prima di riproporre le parole di Di Vittorio citate dal giornale di Confindustria: la CGIL \u00e8 il sindacato che firma il maggior numero di contratti in Italia; viviamo nel paese OCSE con il maggior numero di forme contrattuali di lavoro precario che hanno ridotto al lumicino le protezioni del lavoratore (indicatore OCSE 2009: Indice di Protezione del Lavoro).<br \/>\nE veniamo all\u2019illuminante citazione: \u00ab\u2026.i lavoratori di fronte ad un\u2019azione diretta a promuovere la rinascita economica e civile dell\u2019Italia, pur trovandosi nelle condizioni che sappiamo, pur essendo essi i pi\u00f9 sacrificati della societ\u00e0, sono giunti oggi nel nostro Paese ad un grado di maturit\u00e0 tale, ad un grado di sensibilit\u00e0 cos\u00ec elevata verso gli interessi generali della societ\u00e0 nazionale, che questi lavoratori, pur soffrendo, sono disposti ad accollarsi un sacrificio supplementare per portare un proprio contributo al successo del piano lanciato dalla CGIL (applausi) \u00bb. Questo periodo, estrapolato dal discorso tenuto a Roma per presentare il Piano del Lavoro in occasione della Conferenza Economica Nazionale del Febbraio 1950, sarebbe la prova inconfutabile che, in altri momenti storici, anche il sindacato pi\u00f9 duro ha avuto il coraggio di predicare moderazione salariale a chi gi\u00e0 soffriva la fame del dopoguerra per il bene collettivo superiore\u2026\u00abE\u2019 ci\u00f2 che i lavoratori dovrebbero fare ora, perch\u00e8 la moderazione salariale oggi ci far\u00e0 crescere tutti, noi imprenditori oggi e voi lavoratori domani\u00bb, sembra suggerire il trafiletto in prima pagina. Ed infatti, ci dice subito dopo l\u2019autore del pezzo, l\u2019Italia fece registrare un incremento del PIL pari al +260% dal 1945 al 1960. Evviva !!!<br \/>\nColgo l\u2019occasione per ribadire ancora una volta che la proposizione sic et simpliciter di un dato statistico vuol dire poco se il dato non \u00e8 \u201cletto\u201d alla luce di altre grandezze che siano in grado fornire conferme circa il significato reale del dato stesso. Rilevo un problema di \u201cmetodo scientifico\u201d nella quantificazione del dato numerico. Affermare che il PIL italiano crebbe del 260% dal 1945 al 1960 (al netto dell\u2019inflazione registrata) non dice niente, ad esempio, circa il dato di partenza del Pil italiano nel 1945. Al termine della seconda guerra mondiale l\u2019Italia, molto meno che la Germania e la Francia, aveva subito un discreto sfacelo a livello di dotazione infrastrutturale, che interess\u00f2 marginalmente le imprese produttive perch\u00e9 l\u2019Italia era un paese rurale: i tre settori industriali pi\u00f9 importanti erano essenzialmente l\u2019industria alimentare, il settore tessile e l\u2019ediliza, mentre la siderurgia, l\u2019industria dell\u2019automobile e l\u2019industria chimica dovevano ancora essere sviluppate (mentre Germania e Francia erano gi\u00e0 avanti anni luce). La caratteristica essenziale del \u201cperiodo della ricostruzione italiana\u201d fu proprio il passaggio da un\u2019economia autarchica e chiusa ad un\u2019economia aperta (chiamiamola \u201cdi mercato\u201d); fu una scelta politica (voluta fermamente dalla ricca borghesia per controllare il forte partito comunista) e fu una scelta di politica economica: si voleva passare dall\u2019economia controllata dell\u2019esperimento fascista all\u2019economia di mercato che continuasse a non intaccare le ricche rendite (non di mercato) delle classi privilegiate, minacciate dal pericolo rosso. L\u2019 Italia doveva aprire le frontiere all\u2019integrazione economica (in questo aiutata dagli States) proprio perch\u00e9 il nostro paese \u00e8 piccolo e si \u00e8 sempre caratterizzato per l\u2019assenza di materie prime: una volta abbracciato il nuovo sistema economico, per esportare prodotti finiti era necessario abbandonare l\u2019autarchia mussoliniana ed importare fattori produttivi e materie prime. Insomma, l\u2019Italia partiva da zero, la guerra aveva contribuito ad affossare il paese e il nostro paese cambiava in quel frangente sistema economico. Effettuare l\u2019analisi di una serie statistica prendendo come punto di partenza l\u2019anno in cui un sistema economico viene stravolto ed una guerra finisce mi sembra un po\u2019 fuorviante e scientificamente inammissibile; il 1945 fu per l\u2019industria il nostro anno peggiore: in termini di disponibilit\u00e0 di prodotti per il consumo, il settore tessile registr\u00f2 una disponibilit\u00e0 totale di 53.000 tonnellate prodotte rispetto le 225.000 tonnellate del 1940. I prodotti siderurgici calarono da 2,7 milioni di tonnellate del 1940 a 0,4 milioni di tonnellate; solo l\u2019iniezione di 450 milioni di dollari di aiuti americani nel 1946 riuscirono a sollevare un po\u2019 il PIL italiano (non grazie il lavoro di sagaci \u201cnuovi\u201d imprenditori). L\u2019incremento del PIL del 260% in 15 anni equivale ad un aumento medio annua dell\u2019economia italiana pari al 6,6%. Se volessi azzardare confronti poco coerenti come fa Confindustria potrei dire che il \u201cmiracolo cinese\u201d \u2013 aumento medio annuo pari all\u20198,5% da almeno 10 anni \u2013 \u00e8 quindi ben pi\u00f9 importante del \u201cmiracolo italiano\u201d del quindicennio magico. Fatte salve le chiare differenze dimensionali (e di dotazione di materie prime), anche la Cina usciva da un\u2019economia pianificata (un\u2019oligarchia comunista) basata soprattutto sull\u2019agricoltura anche se governata da un latifondo statale ben diverso dal latifondo privato del Sud Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E veniamo ora all\u2019impropria elaborazione del pensiero di Di Vittorio ad uso e consumo di Confindustria. L\u2019Italia uscita fuori dalla Seconda Guerra Mondiale era un paese povero caratterizzato da tassi di disoccupazione enormi e da indice di concentrazione delle ricchezze altrettanto grande (lo 0,50% della popolazione possedeva il 35% delle terre coltivabili); Vittorio Fo\u00e0 dir\u00e0 : \u00abLa disoccupazione di massa \u00e8 il vero grande protagonista della storia italiana del secondo dopoguerra\u00bb; il passaggio ad un sistema economico di mercato sanc\u00ec la sconfitta del Partito Comunista e la conclusione di un accordo di governo in cui le forze di destra e di sinistra si fronteggiavano quasi con la stessa potenza di fuoco.<br \/>\nUn analogo compromesso a livello sindacale fu molto pi\u00f9 complesso perch\u00e9 la forza delle sinistre nella CGIL del 1945 era prevalente; anche in CGIL esisteva un patto con i cattolici, che venne messo in difficolt\u00e0 dalle pressioni delle masse operaie e contadine scontente. La CGIL, come ora, si trovava nel 1945 in grandissima difficolt\u00e0: l\u2019inondazione di moneta battuta per finanziare la ricostruzione (grazie agli aiuti americani) aveva determinato un\u2019inflazione galoppante nei confronti della quale l\u2019area rivendicativa del sindacato \u2013 quella tesa ad ottenere miglioramenti salariali e delle condizioni di vita dei lavoratori \u2013 entr\u00f2 in crisi quando accett\u00f2 la linea del padronato, secondo cui i salari andavano limitati e i lavoratori andavano protetti con il controllo dell\u2019andamento dei prezzi. La linea rivoluzionaria della CGIL, quella che metteva in discussione le fondamenta stesse dl sistema economico scelto, invece non divenne mai maggioranza. La CGIL si ritagli\u00f2 uno spazio abbastanza angusto da quando il blocco ai licenziamenti fu abolito in cambio dell\u2019introduzione della scala mobile; la storia ci dice che la disoccupazione aument\u00f2 in modo spaventoso in Italia perch\u00e9, allora come ora, una volta eliminato il blocco dei licenziamenti \u2013 voluto nel 1945 dai rivoluzionari di sinistra e durato pochissimo \u2013 gli industriali si avvalsero pienamente della possibilit\u00e0 di assumere a cottimo (il precariato di oggi cos\u2019altro \u00e8?), reintrodotto per rendere flessibile la forza lavoro. L\u2019allontanamento delle sinistre dai governi di coalizione ad opera di De Gasperi nel 1947 diede un\u2019ulteriore spallata alla CGIL: il nuovo governo democristiano punt\u00f2 al contenimento della spesa pubblica (ricorda qualcosa?) liberalizzando la spesa privata, che veniva considerata produttiva. Risultato? Le nuove ricette liberiste convinsero De Gasperi a eliminare i vecchi prezzi politici del pane, il prezzo del pane aument\u00f2 enormemente (era il bene di consumo pi\u00f9 richiesto della numerosa povera gente) causando ulteriore povert\u00e0 in Italia, nonostante l\u2019aumento reale del PIL (cio\u00e8 della ricchezza reale). Ecco un altro esempio di redistribuzione.<br \/>\nAutorevoli economisti e storici dell\u2019economia ritengono che l\u2019inverosimile incremento del credito bancario fu volutamente perseguito da De Gasperi per determinare una situazione \u201cinflazionistica\u201d talmente fuori controllo da giustificare un intervento dello Stato atto a smorzare qualsiasi pretesa di incremento salariale della CGIL. Gli storici Barbagallo ed Ascoli ci consegnano un\u2019impressionante serie storica di dati relativi alle emigrazioni nette in Italia nel periodo 1946-1966, provenienti in gran parte dal Sud: mediamente dai 100.000 a 200.000 espatri annui per un ventennio; questa \u00e8 la storia. La moderazione salariale \u00e8 stata anche attuata con l\u2019endemica emigrazione italica, soprattutto in pieno miracolo economico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Piano del Lavoro di Di Vittorio era un piano neo-keynesiano di intervento pubblico nell\u2019economia e prevedeva un fortissimo impegno di risorse statali: non credo proprio che Gioved\u00ec 26 Confindustria abbia voluto ricordare questo particolare; nell\u2019Italia del Piano del Lavoro i disoccupati erano 2 milioni e come spieg\u00f2 Di Vittorio, il piano tendeva \u00aba utilizzare la forza lavoro disponibile e le possibilit\u00e0 potenziali di sviluppo della produzione, nella misura in cui sono utilizzabili in un regime capitalista\u00bb. Di Vittorio e la CGIL erano, come ho spiegato, in un angolo angusto e, in un contesto segnato da una forte disoccupazione, retribuzioni misere e una generale debolezza delle infrastrutture, l\u2019idea era di porre mano a un programma nazionale di opere pubbliche, edilizia popolare, bonifiche e trasformazioni fondiarie, potenziamento della produzione energetica (accompagnato dalla nazionalizzazione &#8211; avete capito bene: nazionalizzazione &#8211; delle industrie elettriche).<br \/>\nDisse Fo\u00e0 di questo piano: \u00abEra difficile cio\u00e8 fare approdare il movimento ad una strategia capace di unificare i diversi fronti di lotta intorno ad un disegno consapevole e complessivo di alternativa positiva, di riconversione dell\u2019assetto produttivo, con gli elementi di riforma e gli strumenti di potere capaci di garantirne la realizzazione. Si apriva cos\u00ec, per questa via, un \u201cdivorzio drammatico\u201d fra esperienze di fabbrica e lotte generali per il lavoro e il salario. Si creava, detto in altro modo, una separazione netta tra occupati e non\u00bb. Separazione che invece proprio nelle intenzioni del Piano era rigorosamente esclusa. Ma il fatto \u201c\u00e8 che l\u2019ancora altissima capacit\u00e0 di mobilitazione della Cgil non era a quell\u2019epoca al servizio di una linea che fosse correlata a una strategia salariale coerente. Perci\u00f2, pi\u00f9 per urgenza di problemi che per propensioni originarie, la priorit\u00e0 politica andava alla battaglia contro la disoccupazione endemica e congiunturale, anche se era chiaro a molti che le lotte soltanto per l\u2019occupazione, con o senza sacrifici \u2013 la moderazione salariale dei lavoratori \u2013, non incidono sul meccanismo di sviluppo e non mobilitano neppure tutta la classe operaia\u00bb. Il piano era una proposta alternativa alle grandi concentrazioni industriali che poggiava troppo poco sulle battaglie. Il piano si pose obiettivi che nessuno da nessun\u2019altra parte perseguiva: di sviluppo produttivo, di aumento della produttivit\u00e0, di riconversione industriale, di riassetto culturale dell\u2019agricoltura, di modifica delle condizioni di lavoro. Il giornale di Confindustria ricopia un breve estratto della presentazione del Piano senza dirci che trattava di un riposizionamento verso il basso che mirava al recupero di tutta la classe dei lavoratori, occupati e non; n\u00e9 dice che il piano prevedeva il rilancio dei consigli di gestione, dei comitati comunali per l\u2019occupazione, dei comitati per la terra, dei comitati cittadini per la difesa dell\u2019occupazione e la riconversione industriale; non dice che il Piano era l\u2019occasione per la formazione di un nuovo gruppo dirigente per la stessa Cgil; non accenna neanche alle caratteristiche con cui il \u201cmiracolo economico\u201d si produsse ne decennio successivo: incentivato certamente dal controllo salariale, fu per\u00f2 motivato dalla favorevolissima congiuntura internazionale, dal divario crescente tra industrializzazione diffusa del Nord e impoverimento del Mezzogiorno, dal divario ancora pi\u00f9 grande tra il salario dei lavoratori protetti delle poche grandi industrie e il salario dei lavoratori a cottimo delle numerosissime piccole industrie. Il datore di lavoro che non riesce ad aver successo grazie alle proprie capacit\u00e0 ma che ha il capitale in mano usa un&#8217;altra leva per guadagnare: seminare zizzania tra i lavoratori e acuire le differenze tra loro.<\/p>\n<div id=\"wp_fb_like_button\" style=\"margin: 0; float: none\"><iframe src=\"http:\/\/www.facebook.com\/plugins\/like.php?href=http:\/\/www.siderlandia.it\/1\/?p=6694&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;width=450&amp;height=30\" scrolling=\"no\" frameborder=\"0\" allowTransparency=\"true\" style=\"border:none; overflow:hidden; width: 450px; height: 30px;\"><\/iframe><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Roberto Polidori Il Sole 24 Ore fa lo scoop: in fondo Giuseppe Di Vittorio era liberista!!! 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