Il problema delle bonifiche industriali: dall’ILVA di Taranto al resto d’Italia

di Morris Franchini

Esiste un punto d’equilibrio tra le esigenze del lavoro e quelle dell’ambiente? Quale è il confine tra chi fa le leggi e chi le deve far rispettare? Sebbene il “Decreto Salva-ILVA”, con tutti gli emendamenti possibili ed immaginabili, sia molto limitato, criticabile da molti punti di vista e che vi si ravvisano dei dubbi riguardanti la sua effettiva costituzionalità, permette oltre a dare temporaneamente un po’ di respiro ad una situazione surreale e difficile, di incanalarsi in un percorso che si spera sia virtuoso. Fondamentale sarà realizzare un programma di gestione degli impianti che riduca drasticamente i livelli di inquinamento ed avvii – finalmente – le famose bonifiche. Staremo a vedere, con la speranza che si attivino tutte le misure di vigilanza che la gravità della situazione richiede: dei lavoratori, dei cittadini e della Magistratura. Ma bisogna che si faccia adesso, perché la situazione si aggrava sempre più. Proprio in questi giorni altre capi di ovini, appartenenti al gregge di Statte e di Monteiasi, saranno abbattute in seguito all’accertamento da parte dell’ASL di Taranto della presenza – oltre i limiti – di diossina e Pcb. Ciò comporterà altra perdita di occupazione, altra perdita di economia e, soprattutto – al contrario di quel che va affermando il Ministro dell’Ambiente Clini – rivela un’emergenza ambientale e sanitaria attualissima e ben presente. La diossina…già…quella sostanza tossica, persistente, che ha la caratteristica di accumularsi nella catena alimentare, e nell’essere umano si deposita nel grasso corporeo con effetto di sommatoria temporale. Essa, dal punto di vista molecolare, si lega ad un recettore di membrana cellulare e agisce sui fattori di trascrizione dei geni modificandone l’azione e l’espressione. Si è potuto osservare che in senso epidemiologico è collegata con una aumentata incidenza di endometriosi e conseguente aumento della sterilità femminile e con una aumentata incidenza di carcinoma della mammella e di linfoma “non Hodgkin” i quali dati, a Taranto, sembrano essere più che mai confermati. Vi è stata, come ricordato prima, contaminazione di ovini e di mitili, con uccisione di interi allevamenti e sequestro di coltivazioni, azioni “mediatiche” ma che non risolvono affatto il problema della persistenza dell’inquinamento. La vita media della diossina è di circa 11 anni sulla superficie del terreno e di circa 100 nel sottosuolo. Come saranno le falde acquifere del territorio tarantino? Ma, soprattutto, quale sarà la procedura di bonifica dei quartieri adiacenti il siderurgico, dove l’inquinamento da diossina è stato quasi tre volte superiore a quello tristemente famoso di Seveso e protratto nel tempo dal 1961? Quali sono gli scenari per i lavoratori, dato le precarietà dei Consorzi di Bonifica, che non vedono rinnovato il loro Contratto Nazionale da un anno? In Italia – per quanto riguarda il problema bonifiche – non esiste solo l’ILVA. Da una stima nazionale sono ben 15122 i siti industriali potenzialmente inquinati. Di questi, 57 sono dichiarati “Siti di interesse nazionale” (Sin). Anche in essi si concentrano segmenti strategici del sistema produttivo nazionale, dall’industria chimica a quella petrolifera, dall’energetico al siderurgico e anche a essi sono interessati decine di migliaia di lavoratori e interi sistemi economici locali. Coinvolgono contesti ambientali e territoriali e in moltissimi casi di valore eccezionale, sia sotto il profilo naturalistico che storico-culturale. Sono pari a circa 500mila ettari le aree a terra perimetrate. Corrispondono a poco meno del 2% del territorio nazionale. E sono circa 90mila ettari la perimetrazione delle aree a mare. Circa 2,2 miliardi di euro è invece l’importo stanziato dal Ministero dell’Ambiente dal 2001 ad oggi. La somma è destinata agli interventi pubblici o di interesse pubblico. I privati, inoltre, sono tenuti a intervenire con propri investimenti. Su circa 20 “Sin” il Ministero ha concluso il suo compito, ma l’attività non è finita. Anzi, spesso non è nemmeno cominciata. Difatti per legge (Decreto 152 del 2006) la competenza è passata a Province e ARPA. Da quel momento in poi, spesso, tutto si è fermato o quasi. Ad esempio, la CGIL, nel 2000, con il convegno su Porto Marghera, chiese e ottenne il Piano Nazionale delle Bonifiche. Sono passati 12 anni e in nessun sito nazionale si è conclusa la bonifica, a parte gli esempi positivi di Manfredonia e Porto Torres. Si pensi, ad esempio, alla tanto decantata Bagnoli che è ancora in attesa di concludere il suo complesso iter di bonifica e rilancio dell’area. Un bilancio fallimentare, la cui responsabilità ricade in larga parte sulla politica e sui dirigenti delle imprese coinvolte. Dunque, una stima approssimativa sul territorio nazionale indica circa 10000 siti contaminati. Per quanto riguarda il contributo delle varie attività alla contaminazione, il 30% circa è dovuto all’apporto dell’industria chimica e siderurgica, il 20% è determinato dai prodotti dell’industria petrolifera, il 15% riguarda la produzione energetica e a seguire un 20%, distribuito su tutto il territorio nazionale, attribuibile ai punti vendita di carburanti, che sono situati anche in ambiente urbano. Per il 60%, dunque, la contaminazione del suolo, sottosuolo, acque sotterranee e sedimenti è dovuta ad attività industriali e allo smaltimento di rifiuti derivanti da queste. Dai dati provenienti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti relativa al 2012 – ad esclusione dei Sin (“Siti di interesse nazionale”) – risulta che: i “siti potenzialmente contaminati” in Italia – come detto prima – sono 15122, dei quali 6132 accertati (la maggior parte si trovano in Lombardia con 3970 e 1879 accertati); per quanto riguarda i “siti con interventi avviati” sono 4879 (la maggior parte si trovano in Piemonte con 1171); infine i “siti bonificati”, in Italia, sono 3011 (la maggior parte si trovano in Lombardia con 1238). In Puglia troviamo diverse aree da bonificare: le situazioni più critiche sono il petrolchimico e le due centrali elettriche a carbone di Brindisi, l’acciaieria ILVA e la raffineria ENI di Taranto, la Fibronit di Bari. Oltre la diossina e il Pcb un’altra sostanza pericolosissima è l’amianto. Qualche tempo fa – come ci ha ricordato Legambiente – si è celebrato il ventennale dell’entrata in vigore della legge 257/92 con cui si mise al bando l’amianto in Italia. Il CNR ha calcolato che sono presenti oltre 32 milioni di tonnellate sul territorio nazionale, mentre secondo i dati elaborati da Legambiente in un dossier ancora oggi sono in attesa di bonifica circa 50mila edifici pubblici e privati, e 100 milioni di metri quadrati per strutture in cemento-amianto, a cui vanno aggiunti 600mila metri cubi di amianto friabile. Il dato puglieseè stato fornito recentemente, in conferenza stampa, direttamente dal Presidente Nichi Vendola il quale ha affermato che ai censimenti della Regione Puglia iniziati nel 2005 ci sono 5mila tetti pugliesi ancora composti da amianto, la massima parte concentrata nelle aree industriali: la stima fatta da Vito Antonio Uricchio, che ha partecipato alla redazione del piano amianto, è di 1750000 metri cubi di amianto disseminati per la Puglia. Legambiente, inoltre, nella sua nota evidenzia due aspetti fondamentali: il tema della salute, perché in tantissimi continuano ad ammalarsi e a morire. Infatti, secondo gli ultimi dati pubblicati dal “Registro Nazionale Mesoteliomi” istituito presso l’INAIL (ex ISPESL) (che dal 1993 censisce il tumore dell’apparato respiratorio strettamente connesso all’inalazione di fibre di amianto) sono oltre 9mila i casi riscontrati fino al 2004, con un esposizione che circa il 70% delle volte è stata professionale. Nessuna regione italiana è esclusa. Si prevede che i casi tenderanno ad aumentare nei prossimi anni. Dunque è vitale la bonifica della aree inquinate dove si potrebbero collocare impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili (per cui erano previsti minimi incentivi statali che sembrerebbero sparire se la bozza del Quinto Conto Energia restasse nella sua configurazione attuale). Addirittura rischiano di essere cancellati anche provvedimenti positivi nella lotta all’amianto come l’extra-incentivo di 5 centesimi a Kwh, previsto dal Quarto Conto Energia, per chi sostituisce le coperture in eternit con pannelli fotovoltaici. Un provvedimento che ha permesso di realizzare ottimi risultati, come dimostra la campagna di Legambiente e AzzeroCO2 Eternit Free. La partita, quindi, della bonifica prima e della riqualificazione urbanistica di tutte le aree contaminate è tutta da giocare. Ci vorrebbe un’azione sinergica tra politica, Magistratura ed imprenditorialità pronta a concorrere per uno sviluppo ecologico e sostenibile delle nostre città. Ad oggi sembra che gli unici pronti a scendere in campo siano i cittadini. Anche solo per non vedere stracciata la bandiera della memoria. La memoria di quanti, a causa dell’amianto, della diossina e di altre sostanze inquinanti sono morti. Questo deve essere il sentiero da tracciare, se vogliamo che le bonifiche si realizzino; se vogliamo risanare interi territori e riconvertirli ad aree verdi, parchi di energie rinnovabili, industrie sostenibili; se vogliamo riqualificare interi quartieri; se vogliamo dare sicurezza ai cittadini e lavoratori, per la bellezza e per il futuro della nostra vita.