“Preda”è una parola al femminile (D. Dolci)

di Lucia Schiavone

“Questa è la Sicilia: quest’angoscia di un potere che dispone di te in modo totale e il ratto di Franca Viola  ne è metafora”. Così l’Autrice di “Niente ci fu” , Edizioni la meridiana, 2012, Beatrice Monroy, nel magnifico capitolo  “Dizionarietto per riflessioni” alla voce “Pax mafiosa”. Rifugge la sensibile Palermitana, che ha vissuto a Napoli, Pisa, Roma, in Francia, negli Stati Uniti (di Lei si legge:”La sua passione: la scrittura per il teatro; per molti anni ha scritto radiodrammi per la Rai. Ha scritto e scrive per il teatro per il regista Walter Manfré ), dalla mitizzazione mediatica e femminista del “personaggio” Franca Viola.  “Si pone”, invece, “ l’obbiettivo di indagare “i perché dolorosi” della storia del popolo a cui appartiene”.  Rispetta il silenzio di Franca Viola di tutta una vita, tanto quanto  la fermezza di quel famoso “no” al matrimonio riparatore con il mafioso che Le impose la “fuitina” (in reltà la rapì per otto giorni), e tutto ciò ci permette di conoscere anche meglio, fuori dagli stereotipi e dalle sovrastrutture civili di cui il suo gesto fu caricato, una figura di Donna, oggi felicemente sposata, madre e nonna, gelosa della Sua “normalità” e  tanto Siciliana. La Monroy passa ai lettori la riflessione, donando generosamente  spunti, date, il prezioso dizionarietto,  per cominciare, o proseguire, un cammino di consapevolezza e di resistenza al dolore ed alla violenza, oltre il “caso Viola”, nelle scelte quotidiane, negli ambienti intrisi di mafiosità  anche non dichiarata. “ Vede, alla fine l’eccezionalità della mia storia è solo questa: aver avuto attorno una famiglia straordinaria” dice Franca Viola parlando al suo rifiuto del matrimonio “riparatore” che avrebbe annullato il reato di stupro del suo rapitore secondo l’ormai sorpassato Codice Rocco, ritenuto illegittimo anche grazie al suo gesto: il padre la appoggiò dal primo momento e così il fidanzato ed i suoceri, ammirabilissimi, pronti per Amore a prenderla nella loro famiglia, persino  ad andare incontro alle rappresaglie dei mafiosi risentiti (i Rimi cui Melodia , lo stupratore, era affiliato) . E’ una maniera, quella di “Niente ci fu”,onesta, appassionata, veritiera  di parlare di Sicilia e di Sud, uscendo da astiosi stereotipi, certo, ma soprattutto  condividendo la  forma mentis isolana: terra d’incanti, è la Sicilia, ma anche prigione di cuori e sogni, tradimento di Vite in nome di onore e nome, come “il Roseto” nella tragica favola finale del libro  . E non solo negli anni ’60. Molti i passi fatti dalla Legislazione e dalla Società, civile e no, ma tanto è ancora da fare ogni giorno per vincere le logiche violente della “colonizzazione” (Monroy) delle coscienze da parte dei prepotenti, dei violenti, dei mafiosi. E da  disincantata siciliana la Nostra sa leggere forse più attentamente di altri tra nelle pieghe del “caso Viola” ed insinua il dubbio  che il padre di Franca, Bernardo, abbia avuto  il consenso delle “Famiglie” di Alcamo per alzare dignitosamente la testa; che il violentatore di Franca fosse  ritenuto una scheggia impazzita ed imbarazzante dal sistema mafioso, perché attirava l’indignazione dei più e l’Informazione nei Territori dove, invece, nel silenzio, anche  dei riflettori, si opera meglio ed indisturbati. La Monroy ci fa riflettere sulla nostra condizione di PREDE, parola da sempre ”al femminile” diceva genialmente Danilo Dolci, ma in realtà condizione in cui si riconosceranno anche i maschi delle Terre del sangue e della mancanza di Diritti. Di TUTTE le Terre.  La mafia entra nelle pieghe del “nuovo”, si dimostra persino progressista nel condannare le “fuitine cum matrimonio riparatore”, ma  perché gli equilibri di potere tradizionali siano ristabiliti se non  rinforzati… L’aveva detto già un altro grande Siciliano: Tomasi di Lampedusa. Si salverebbero persino  i diritti delle donne, ma per perdere i diritti civili e politici di tutti. Una “pax mafiosa” (Monroy) che rincuora i più, ma interroga, anzi inquieta, le coscienze più avvertite, come Peppino Impastato e Danilo Dolci protagonisti del Libro quanto Franca Viola: Loro saranno il volano, secondo Beatrice Monroy e noi, di una nuova Sicilia e di una nuova società italiana, pacifica e consapevole. O potrebbero esserlo…
Rimane,  dalla lettura di “Niente ci fu”, comunque,  della magnifica figura di Franca Viola, anche un ricordo rispettoso ed  affettuoso, mai femminista tout court se vogliamo, perciò autentico, che ci riporta alla mente le rare testimonianze della Sig.a Viola  raccolte dall’Informazione (ad esempio da Concita De Gregorio in “Una madre lo sa”). Franca Viola dice di sé: “Per me quella vicenda rappresentò una vera e propria disgrazia,  ho dovuto attraversare momenti tristi, di sofferenza, è stata un’esperienza decisamente negativa…Mi sono sempre sentita molto serena, come se non fosse mai accaduto niente. Semplicemente non volevo sposarmi con un uomo che non amavo e preferivo restare tutta la vita da sola piuttosto che farlo…Chissà, mi sarebbe piaciuto attivarmi nel sociale, forse non sono mai capitate le occasioni giuste. ..I figli mi hanno riempito la vita… Lei  vuole sapere come ho fatto a non restare prigioniera tutta la vita di quella settimana. In camera da letto c’è un Cristo, un disegno. Ecco, era nella mia cameretta di ragazza. Io ci parlavo tutti i giorni. Lui mi diceva avanti, Franca, avanti… La fede è una grande fortuna. Io, in specie, ho avuto una grazia da Dio: non ho paura…E’ una grazia vera, sa? Perché come diceva Borsellino, il giudice: se non hai paura di morire muori una volta sola. Capisce che vuol dire?”. Fedeli a questo sentire, estremamente interessanti dal punto di vista etico e civile, appaiono perciò  le riflessioni di Beatrice Monroy, : “Affogare nel silenzio. Essere violentate. Si è tanto parlato del “no “di Franca, ma ben poco del corpo violato, il corpo di una ragazzina che subisce violenza per otto giorni (“Niente ci fu p.88)