E adesso ammazzateci tutti

di Remo Pezzuto

“Una mattina mi son svegliato…” recita una canzone partigiana. Sabato forse non avrò trovato “l’invasore”, ma ho trovato un intero paese, una città, una scuola, una giovane vita dilaniati da un attentato terroristico. Tre bombole a gas collegate ad un timer sono scoppiate di prima mattina, alle 7.45, dinanzi all’Istituto Professionale “Morvillo-Falcone” di Brindisi. Una studentesse è morta e altre sono rimaste gravemente ferite. Nessuna rivendicazione, nessun movente. Le piste battute dagli inquirenti sono molteplici. Dall’attentato di stampo mafioso, a quello terroristico e forse a qualcosa di più grande. Ma tutte sembrano avere dei punti critici. Perché attaccare la Scuola? Perché attaccare delle giovani vite? Nessuna risposta per ora, se non quella di un silenzio assordante di una piazza della città di Brindisi, dove si è ritrovata la popolazione di una intera regione accorsa  e abbracciatasi in un presidio organizzato nel pomeriggio. La risposta all’attentato è stata unitaria, un presidio democratico di legalità, in cui si è ribadito il concetto che non ci si può piegare alla strategia della tensione. Nessuno mai si era permesso di toccare il “fulcro” della cultura, della libertà, della democrazia e del futuro dell’intero paese: la Scuola e i suoi studenti. La violenza e il terrorismo hanno attaccato delle vittime innocenti, dei ragazzi, in quella che è la loro seconda casa. Quella “zona franca” che avrebbe dovuto accoglierli e difenderli, ma che è stato invece lo scenario disarmato di una folle e cieca dinamica omicida. Le coincidenze con l’istituto che porta il nome del Giudice Falcone, a pochi giorni dalla commemorazione della sua uccisione, il passaggio della Carovana dell’Antimafia, fanno tutte presumere ad un attentato di stampo mafioso, di quella mafia che fa notare la sua presenza e potenza sul territorio ma che, con episodi del genere, fa venir meno il suo consenso. Poco importa però quale sia la matrice dell’attentato, la risposta deve essere immediata e soprattutto non si può rimanere in silenzio. Gli interventi degli studenti che si sono susseguiti sul palco nel pomeriggio, però e giustamente avevano tutti un unico comune denominatore: “la paura”. La paura è un sentimento umano ed esplode in tutti in casi del genere, proprio come le bombe scoppiate dinanzi la scuola. Non produce morti, ma fa innescare nella mente della gente la sensazione che nessun luogo è più sicuro, che neanche quei luoghi come le scuole sono più sicuri. La paura genera destabilizzazione e incertezza. Genera incoscienza e, in un periodo di profonda crisi del sistema come quello che stiamo affrontando, genera soprattutto sopraffazione. Forse è normale ora avere paura, ma bisogna avere ancor più coraggio per rialzarsi e riaffermare la giustizia e la dignità dell’essere umano come la risposta a questo vile attentato. Il sud dell’Italia, nella sua storia, non è estraneo a questa  violenza, ma bisogna lottare affinché questo genere di cultura venga distrutta e cancellata. Contro la violenza e il terrorismo, l’intero paese deve reagire. Proprio ripartendo da quelle studentesse e studenti che sabato sono state vittime senza motivo e che devono con le loro lotte, i loro sogni, le loro passioni, i desideri, riappropriarsi della speranza di un futuro migliore. Non ci si può far terrorizzare e darla vinta a chi con l’uso della forza e con la strategia del terrore, vuole mettere sotto scacco la democrazia del nostro Paese e mettere a rischio la vita di innocenti.  Non bisogna avere paura di urlare e di dire in maniera decisa che è proprio attraverso la Conoscenza, la Cultura della legalità e la voglia di Libertà che si combatte la violenza. La speranza di un paese realmente democratico deve nascere proprio dalla fiducia, nella riaffermazione e rinnovamento della Democrazia. Bisogna  reagire al terrorismo e alla violenza, passare al contrattacco, insieme, uniti da quello spirito e voglia di democrazia, che hanno provato a scalfire, ma che non potranno soffocare. Forse uno stato realmente democratico non esisterà mai, ma se ognuno di noi ora reagisce e prova a migliorare e cambiare le cose, forse ce la faremo. Non mi resta che lanciare una sfida:

“E adesso provate ad ammazzarci tutti”.