Voglia di rivoluzione

di Massimiliano Martucci

C’era una sorta di rassegnazione nelle fila di persone per procurarsi il carburante in questi giorni di blocco totale provocato dai tir. Una fila di persone che accettava con dignitoso silenzio gli accadimenti, i minuti in fila per procurarsi qualche litro di gasolio per lavorare. Un silenzio che sembra avere radici più che nell’accettazione di una condizione, nella condivisione dell’azione portata avanti dagli autotrasportatori. Se siete stati attenti, vi sarete resi conto come nel giro di pochissimi giorni siano nati account e profili e pagine e gruppi sui social network di solidarietà con i Forconi siciliani. E, inoltre, di come persone da cui non ce lo saremmo mai aspettato abbiano iniziato a scrivere o dire parole “rivoluzionarie”.

In sintesi, i Forconi e i camionisti hanno rappresentato una specie di “si può fare”, una dimostrazione che effettivamente, mettendosi insieme, si riesce quantomeno ad attirare l’attenzione. Entrambi i movimenti hanno rappresentato, per pochissimi giorni, una sorta di speranza per i milioni di italiani terrorizzati più che dalla crisi, dalle misure anticrisi del governo, diseducati ormai da anni a vedere ministri e premier che prima fanno e poi dicono.
La crisi, i cui effetti reali sono ancora lontani dall’essere percepiti realmente, ha prodotto una sorta di schiaffo in faccia a tutti coloro che per anni si sono concentrati solo su sé stessi, dimenticando di far parte di un sistema, concentrando la propria riflessione e quindi la propria azione solo sui propri interessi. Ci si è resi conto, dopo almeno 15 anni di obnubilamento, che il mondo non era esattamente quello che raccontava Giletti a Domenica In, né tanto meno quello che si leggeva sulle riviste. Quindi ci si è trovati in una condizione come quella di quando ci si è appena svegliati: non sappiamo dove siamo né chi siamo. Uno schiaffo che ci ha sì svegliati, ma a metà: sappiamo dove siamo, ma non sappiamo cosa fare. La consapevolezza di una condizione provocata da anni di mancanza di governo, in cui la forbice tra gli elettori e i loro rappresentanti politici si è allargata così tanto da averci fatto rimuovere qualsiasi tipo di senso di responsabilità per quello che sta accadendo. Possiamo dire con certezza che contemporaneamente alla voglia di “cambiare” a tutti i costi non c’è stata la maturazione di un senso di responsabilità. Siamo qui, ma non è colpa nostra.
Ecco forse dov’è la differenza tra coloro che sono scesi sempre in piazza in questi anni – i movimenti, i centri sociali, i sindacati, le associazioni – e coloro che lo stanno facendo ora: se gli avvocati e gli altri professionisti scendono in piazza per difendere i loro privilegi, i movimenti e i lavoratori hanno manifestato per salvaguardare i propri diritti e contemporaneamente ricordare a tutti gli altri dove stava la responsabilità di quanto accadeva.
Quindi è la responsabilità, la consapevolezza morale e intellettuale, lo snodo cruciale che differenzia il consenso diffuso per i forconi, con tratti di “qualunquismo” disarmante, e la difficoltà di fare breccia nel “senso comune” dei vari movimenti, non per ultimo quello contro l’inutile e devastante TAV Torino -Lione, colpito in questi giorni da decine di arresti. I Forconi bloccano una regione intera, indicando col dito puntato la “colpa” senza storia, senza passato: un eterno presente di “noi” poveri e “loro” privilegiati, in continuazione con il pensiero dominante che ha eliminato la coniugazione temporale delle azioni, quindi la possibilità di identificare responsabilità e colpe, riducendo al minimo la possibilità che una “rivolta” si trasformi in “rivoluzione”, perché elimina le premesse. Nella narrazione sono scomparsi i fatti che ci hanno portato a questa condizione.